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Il primo atto dei leghisti a Ferrara, violare la memoria di Giulio Regeni

Pochi minuti dopo la vittoria elettorale i sostenitori del sindaco coprono sulla loggia del Comune lo striscione che chiede verità e giustizia per il ricercatore italiano torturato e ucciso. Un gesto barbarico prima ancora che offensivo


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Dunque il primo atto del nuovo sindaco di Ferrara, o quantomeno dei suoi sostenitori, è stato quello di ostentare una bandiera della Lega sullo striscione giallo che chiede verità e giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel febbraio 2016.

Un atto che la dice lunga sul livello in cui è scesa la politica italiana oggi. La morte di quel ragazzo e la richiesta di un giusto processo per i suoi aguzzini non è una battaglia della sinistra, del centro e della destra, ma appartiene a tutti noi: è un caso di diritti civili che riguarda tutta l'umanità civile.
Non si offende la memoria dei morti per sbandierare il proprio successo elettorale: è un atto barbaro, prima ancora che rozzo, per nulla rispettoso e offensivo per quella vittima e per la sua famiglia.
Il leader della Lega Salvini ultimamente si è rivolto agli italiani considerandoli tutti suoi figli. Dovrebbe preoccuparsi a maggior ragione di Giulio Regeni, un figlio scomparso ingiustamente, vittima di una vicenda dai contorni orribili, su cui l’ Italia non deve smettere di chiedere ed esigere giustizia.

“Vita mortuorum in memoria est posta vivo rum”, la vita dei morti è posta nella memoria dei vivi, ha scritto Cicerone. Parole sacre, che appartengono al diritto naturale, vecchie di oltre duemila anni, per non parlare del senso di “pietas” cristiana che dovrebbe contraddistinguerli, almeno a parole, vangeli crocifissi e rosari. Ma i bravi (nel senso manzoniano del termine) leghisti di Ferrara hanno cancellato duemila anni di civiltà in pochi secondi. Chissà se se ne sono accorti.

 

 

 

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