«Il posto fisso non c’ è più: ridiamoci sopra»

«Dobbiamo rassegnarci», spiega Gennaro Nunziante, che insieme con Checco Zalone ha sbancato i botteghini.«L'Italia ha bisogno di recuperare la meritocrazia»

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Il posto fisso? Tutto da ridere, almeno al cinema dove impazza, e non era difficile prevederlo, Quo vado?, ultimo film con Luca Medici, in arte Checco Zalone, protagonista di una vicenda al limite del paradosso, ma neanche troppo. Oltre 22 milioni di euro incassati nel primo weekend per Checco alla strenua difesa del suo posto fisso, tanto da accettare un trasferimento in Norvegia, pur di non perdere quello che per molti italiani è ancora un punto d’ arrivo decisivo. E dietro allo scatenato Zalone c’ è un regista e coautore, Gennaro Nunziante, che ha girato tutti i suoi film. Un sodalizio nato fin dai tempi in cui il giovane Zalone si esibiva per l’ emittente pugliese Telenorba.

E allora, Nunziante, il mito del posto fisso andava per forza preso in giro in questo modo?

«Il posto fisso è giunto alla fine del suo percorso naturale, un segno che distingue i nostri tempi. Abbiamo vissuto per decenni con il sogno del lavoro sicuro e adesso le cose stanno cambiando, anche se la nostra indole è quella».

Quindi, se è nel nostro Dna sociale, il posto fisso trionferà ancora?

«No, è un meccanismo che sta saltando definitivamente».

E allora che succederà?

«Bisogna avere un approccio nuovo verso il futuro; poi, ci vorrà anche un giusto paracadute sociale. Io e Luca ci siamo mossi per questo film con uno spirito quasi da futuristi, coraggio e temerarietà nell’ affrontare il problema. Se posso fare un paragone con il calcio, direi che l’ Italia vive come la Nazionale. Per anni non abbiamo mai mostrato un nostro modulo di gioco, eravamo quasi in balia degli avversari, eravamo dei precari. Quando finalmente qualcuno ha detto: “Andiamo a giocarcela con i nostri metodi”, i risultati sono arrivati. Insomma, noi ci chiediamo: quo vado?, mentre gli altri sanno già cosa fare».

Non fa solo ridere, dunque.

«Non è così. Un film può portare lo spettatore al sorriso ma anche a una riflessione che va oltre la vicenda. Tutto vale, purché il film sia capace di partecipare ai sentimenti del tempo. Con sincerità, soprattutto. Io non mi sento estraneo al mio Paese, ne faccio parte: non solo per le sue virtù ma anche per tutte le ipocrisie che si porta dietro».

Insomma, se il posto fisso non è più una garanzia, che rimane? E dove andremo?

«L’ Italia ha bisogno di una grande riconciliazione sociale. Siamo tutti molto, troppo divisi: giovani contro anziani, Nord contro Sud. E l’ assenza della meritocrazia ha contribuito a “uccidere” l’ Italia. Ecco perché è necessaria una riconciliazione».

Parte della critica ha parlato del film come di un caso di buonismo…

«Non so cosa voglia dire buonismo. Di certo non è tendere le mani verso gli altri. Molti critici hanno nostalgia dei registi della commedia del passato. Ma oggi non ha più senso quella commedia cattivissima. La mitezza dei nostri film, Luca e io la vediamo come essenziale per capire come andare avanti. Ricordo una scena de Il ferroviere, di Pietro Germi, con lui che parla a un suo avversario a brutto muso e dice una cosa bellissima: “Ci possiamo anche picchiare, ma per santissimo Iddio dobbiamo darci la mano”. Ecco, credo in questa voglia di partecipazione, assieme, per migliorarci. D’ altronde, quando il Papa afferma che la Chiesa è un ospedale da campo, cosa ci dice, in realtà? Incamminiamoci assieme, poi vedremo. Peccato, però, che in questo Paese, al contrario, il disprezzo prevalga per convenienza economica».

Cosa fare, allora?

«Innanzitutto, chiedo alla politica due leggi: una affinché tutti i bambini possano partire con gli stessi mezzi  e un’ altra che tuteli qualunque scelta di vita. Bisogna ridare voce ai princìpi di convivenza e al diritto alla felicità, altrimenti non saremo più una comunità. Se sei un operaio o un muratore, dovresti avere il diritto di essere felice come potrebbe esserlo un medico, un architetto. Mi batterò sempre per il dialogo, perché l’ altro da me non deve essere necessariamente un nemico. Altro che buonismo...».

E il posto fisso?

«Dimentichiamolo, è passato».

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