Il Dio dei viventi che ha il nostro nome

Il Papa all'Angelus ricorda che non crediamo in un Dio dei morti, ma dei viventi. E parla della resurrezione

Pubblicità

«La vita dopo la morte non ha gli stessi parametri di quella terrena». Il Papa spiega il Vangelo, l'episodio dei sadducei che non credevano nella risurrezione e che chiedevano a Gesù di chi sarebbe stata moglie nell'aldilà una donna vedova di sette fratelli. «La vita eterna è un’ altra vita, in un’ altra dimensione dove, tra l’ altro, non ci sarà più il matrimonio, che è legato alla nostra esistenza in questo mondo. I risorti – dice Gesù – saranno come gli angeli, e vivranno in uno stato diverso, che ora non possiamo sperimentare e nemmeno immaginare. E così Gesù spiega», dice Francesco.  «Ma poi, per così dire, passa al contrattacco. E lo fa citando la Sacra Scrittura, con una semplicità e un’ originalità che ci lasciano pieni di ammirazione per il nostro Maestro, l’ unico Maestro! La prova della risurrezione Gesù la trova nell’ episodio di Mosè e del roveto ardente, là dove Dio si rivela come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe».
Il nome di Dio è legato ai nomi degli uomini e delle donne con cui si lega, e questo legame è più forte della morte. «Lo possiamo dire del rapporto di Dio con ciascuno di noi. Lui è il nostro Dio, come se lui portasse il nostro nome. Piace a Lui dirlo e questa è l'alleanza. Ecco perché Gesù afferma: "Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui". E questo è il legame decisivo, l’ alleanza fondamentale, l'alleanza con Gesù: Lui stesso è l’ Alleanza, Lui stesso è la Vita e la Risurrezione, perché con il suo amore crocifisso ha vinto la morte».
Continua il Papa: «Non è questa vita a fare da riferimento all’ eternità, alla vita che ci aspetta, ma è l’ eternità a illuminare e dare speranza alla vita terrena di ciascuno di noi! Se guardiamo solo con occhio umano, siamo portati a dire che il cammino dell’ uomo va dalla vita verso la morte. Quello si vede, ma è vero solo se lo guardiamo con occhio umano. Gesù capovolge questa prospettiva e afferma che il nostro pellegrinaggio va dalla morte alla vita: la vita piena! Noi siamo in cammino, in pellegrinaggio verso la vita piena e quella vita piena è quella che ci illumina nel nostro cammino. Quindi la morte sta dietro, alle spalle, non davanti a noi. Davanti a noi sta il Dio dei viventi, il Dio dell'alleanza, il Dio che porta il mio nome, il nostro nome, come Lui ha detto sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, ma anche il mio nome, il tuo nome... in questo sta la definitiva sconfitta del peccato e della morte, l’ inizio di un nuovo tempo di gioia e di luce senza fine».
Al termine dell'Angelus il Papa a chiede di sostare in silenzio e di pregare in particolare per le vittime del tifone nelle Filippine e affida a Maria quelle popolazioni.
Ricorda poi  «il settantacinquesimo anniversario della cosiddetta “Notte dei cristalli”: le violenze della notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 contro gli ebrei, le sinagoghe, le abitazioni, i negozi segnarono un triste passo verso la tragedia della Shoah. Rinnoviamo la nostra vicinanza e solidarietà al popolo ebraico» che, a braccio, il Papa torna a definire «i nostri fratelli maggiori» e chiede di pregare «Dio affinché la memoria del passato, la memoria dei peccati passati, ci aiuti a essere sempre vigilanti contro ogni forma di odio e di intolleranza».

Pubblicità