Il miracolo di don "Tre P"

Il beato padre Pino Puglisi oggi avrebbe 76 anni. La mafia lo assassinò nel giorno del suo compleanno. Ecco il ricordo di Roberto Mistretta, il giornalista che ha dedicato un libro alla conversione del "ragazzo che andava a cena coi figli dei mafiosi".

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Oggi compierebbe 76 anni padre Pino Puglisi, il sacerdote che faceva il parroco vivendo le parole del Vangelo contro la cultura e la legge dei Graviano, luogotenenti dei Corleonesi nel quartiere di Brancaccio.

Ma il 15 settembre è anche l’ anniversario dei 20 anni dal suo assassinio da parte della mafia di Palermo. Lui spiegava: «Venti, sessanta, cento anni... la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo».

Negli anni ruggenti di Cosa nostra, “Tre P” - come si faceva chiamare scherzosamente - non accettava i tradizionali compromessi e sottraeva i piccoli alla scuola della mafia, interessandoli all’ oratorio o al doposcuola in vista della scuola media che voleva istituire nel quartiere, a trent’ anni dalla sua istituzione nel resto d’ Italia.

Secondo Nando Dalla Chiesa, presidente di Libera, don Pino «è appartenuto a una generazione di uomini che ha lottato contro la mafia vivendo il Vangelo. Ricordo che inizialmente molti dicevano con sufficienza: “Figurati se adesso la mafia ha paura delle prediche!”».

La sua testimonianza, a cui seguirà l’ anatema di Giovanni Paolo II contro la mafia, è stata importante anche per la Chiesa: «Pochi anni prima», ricorda Dalla Chiesa, «quando Famiglia Cristiana pubblicava le prime inchieste sulla mafia, alcune parrocchie di Palermo revocarono l’ abbonamento per protesta».

Don Pino era uno che parlava del Vangelo a tutti e anche ai mafiosi, come quando diceva: «Mi rivolgo ai protagonisti delle inutili intimidazioni che ci hanno bersagliato. Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono a ostacolare chi cerca di educare i vostri figli al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile».

In questa direzione, si spiega la conversione di Giuseppe Carini, che è poi diventato il testimone chiave al processo contro i killer del parroco di Brancaccio. Nel libro “Il miracolo di don Puglisi”, il giornalista Roberto Mistretta ne ha raccolto la storia: «Carini era un ragazzo che se non avesse incontrato don Pino avrebbe fatto una brutta fine».

Era un ventenne “normale” per Brancaccio: viveva nel mito del cugino della madre, un mafioso “rispettato”, con orologio d’ oro al polso, bei vestiti e il macchinone, che un giorno scomparve per la lupara bianca, ucciso facendo scomparire anche il cadavere. Giuseppe sognava di vendicare i killer per poter presentarsi dai mafiosi di Brancaccio ed essere ammesso nel mandamento del cugino.

"Se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto"

Poi incontrò don Pino: all’ inizio non gli fece una buona impressione, piccolo e con le orecchie a sventola, ma quando gli parlò sentì un brivido. Il sacerdote gli elencò i servizi che mancavano a Brancaccio, dal campo da calcio alla scuola media e al centro per gli anziani, e i problemi del quartiere, come le bambine che si prostituivano. «La sua reazione», racconta Mistretta, «fu quella che anche noi abbiamo spesso; rispose: “Ma io cosa ci posso fare?”».

Don Pino gli chiese un’ ora di tempo alla settimana, che per un ragazzo che usciva a cena con i figli dei mafiosi voleva dire prima di tutto una scelta di campo. Gli mise in mano un pallone, chiedendogli di radunare i bambini: non quelli che già venivano in Chiesa, ma gli “scanazzati”, quelli che stavano in strada.

Nel libro, Carini ricorda la prima partita: «Erano luridi dalla testa ai piedi e portatori inconsapevoli di una mentalità di morte. In quel momento però erano vivi, bellissimi, infiammati d’ entusiasmo. Di tanto in tanto anche don Pino tirava qualche calcio a pallone, ma solitamente preferiva stazionare a bordo campo. Osservava. Eravamo il suo gregge di brancaccioti. Non più randagi tra la spazzatura. Lui era il pastore che andava tracciando la nostra strada».

Come quando chiese ai suoi ragazzi di andare “a riprendere per riportare in Chiesa” la vara (il carro per le processioni) del patrono San Gaetano: era custodito a casa di una famiglia in odor di mafia e il gesto era dirompente. «La mafia», spiega Mistretta «ha sempre cercato di essere accolta dalla Chiesa, ma don Pino ha incarnato un cambiamento assoluto; mettendo la Chiesa e la fede al centro della sua opera educativa e pacifica, ha mostrato un’ alternativa, una nuova opportunità di vita, un sentiero di riscatto. Vivendo il Vangelo con gli altri e per gli altri. Ai ragazzi chiedeva: “Chi siete? Cosa volete essere?” Per questo ha spaventato: quando la mafia alza il tiro, è perché ha paura».

Con il passare del tempo, Carini divenne sempre più uno dei più stretti collaboratori di don Pino, che gli diceva: «Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno. Lo facciamo per poter dire: dato che non c’ è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto...».

«Quando toccherà a me, non mi lasciare solo», disse una volta al collaboratore. Il 15 settembre 1993, fu ucciso “in odio alla fede”, come ha detto la Chiesa lo scorso maggio, quando è diventato il primo prete beato martire di mafia. In quanto studente di medicina, Carini gli fu accanto anche mentre il medico legale eseguiva l’ autopsia: «E quando vidi la bara di legno aperta, e lui con la testa fasciata e quel sorriso incredibile, capii che sarebbe iniziata la mia nuova vita per onorare don Puglisi».

Ha scelto di testimoniare contro la mafia, di fare nomi e cognomi, anche a costo di essere disconosciuto dalla sua famiglia e dover tagliare tutti i contatti con la sua vita precedente, con la sua terra, cambiando identità per entrare nel programma di protezione dei testimoni. In fondo, commenta Mistretta, «Giuseppe Carini con la sua testimonianza di verità è il miracolo vivente di don Puglisi».

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