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Il caso Bellomo e l'ombra sul reclutamento della magistratura

La vicenda delle opacità che stanno emergendo attorno al corso privato "Diritto e scienza" per la preparazione al concorso per magistrati ordinari non può esaurirsi nella sanzione disciplinare agli interessati. Perché apre a domande che chiamano in causa a fondo l'istituzione intera.


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Da giorni si discute di uno scandalo sorto attorno a “Diritto e scienza”, una delle scuole private cui alcuni aspiranti si iscrivono per meglio prepararsi al concorso pubblico di accesso alla Magistratura ordinaria. Titolare del corso “Diritto e scienza” è Francesco Bellomo, magistrato amministrativo del Consiglio di Stato (ai magistrati ordinari -  Tribunali, Corti d'Appello e di Cassazione - il Consiglio superiore della magistratura vieta da anni di tenere questo tipo di corsi, mentre i magistrati amministrativi – Tar e consiglio di Stato – possono farlo previa autorizzazione).

A destare scandalo è soprattutto un “contratto” che il titolare avrebbe sottoposto ai dententori di borsa di studio, in cui si prevedeva l'impegno a rispettare regole di abbligliamento, per le donne il "dress code" sarebbe stato a base, nelle occasioni mondane, di minigonne, tacchi, trucco pesante. Ma nelle denunce si parla anche di divieto di matrimonio, di ingerenze nella vita privata, di vicende private rese pubbliche con nomi e cognomi trasformate in “casi” nella rivista collegata al corso. Per queste ragioni Bellomo si trova sottoposto a processo disciplinare al Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa (Il Consiglio ha già deliberato la sua destituzione),  e sotto indagine penale a Piacenza e a Bari. Anche la Procura di Milano ha un fascicolo aperto sul caso, per ora senza notizie di reato. Intanto è stato sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio e collocato fuori ruolo Davide Nalin, Pm a Rovigo: avrebbe esercitato, nella scuola di Bellomo, attività vietate ai magistrati ordinari, in violazione della Circolare del Csm sugli incarichi extragiudiziari del 2015.

Va da sé che la questione è seria e pone domande cruciali, che non si esauriscono con le sanzioni disciplinari ai singoli. Perché ci costringono a chiederci quale modello di magistrato si prepara per quelle vie, se sia compatibile con l’ autonomia e l’ indipendenza previste dalla Costituzione. Tuttora nel sito di "Diritto e Scienza" c’ è un modello di contratto/regolamento per chi avesse ottenuto una borsa di studio. Uno scritto pubblico, pubblicato sul sito, ma, una volta scaricato, costruito in modo tale da non essere immediatamente riconducibile ad alcuna fonte (uno stratagemma per cautelarsi?).

Qui non si fanno riferimenti precisi al "dress code", salvo un accenno a«Un'immagine esteriore adeguata ai principi ispiratori ed alle finalità della Società», né al clima di soggezione che attorno alle regole di abbigliamento le testimonianze e le denunce stanno disegnando, ma ce n’ è abbastanza per preoccuparsi ugualmente.

Nei “doveri” si legge che il borsista è vincolato alla «fedeltà nei confronti di Diritto e scienza srl», «alla segretezza nei confronti di Diritto e scienza srl. Il dovere di segretezza copre qualsiasi informazione appresa nello svolgimento dei propri compiti. Il contenuto delle comunicazioni intercorse con il Direttore scientifico è riservato anche nei confronti degli altri borsisti e dei collaboratori». «Il borsista è tenuto a svolgere le attività di comunicazione. Le attività devono essere improntate alla promozione del marchio della società, nonché alla diffusione dei suoi ideali e del suo metodo».

Impossibile non domandarsi quanto sia alto il rischio che, in caso di superamento del concorso, possa uscirne una magistratura menomata nell’ apparenza della propria indipendenza fin dalla prima nomina, per il solo fatto di essere passata per una borsa di studio, il cui regolamento – lungi dalla trasparenza che si dovrebbbe presumere minimo sindacale per una borsa di studio per aspiranti magistrati – vincola a «fedeltà» nei confronti di un marchio, alla sua «promozione», nonché alla «diffusione dei suoi ideali e del suo metodo».

Come si concilia quella «fedeltà» firmata con la soggezione soltanto alla Legge prevista dalla Costituzione? Come si concilia con il giuramento di fedeltà alla Repubblica prestato dal magistrato all’ acquisizione delle funzioni e a ogni nuovo incarico? E ancora, che cosa ha impedito a tanti aspiranti magistrati, passati senza borsa di studio per il corso a pagamento - sicuramente la stragrande maggioranza -, di notare le contraddizioni tra un siffatto contratto/regolamento e le caratteristiche dell’ istituzione cui ambivano attraverso il concorso? Che cosa ha impedito loro, notandole, di sollevare il problema o quantomeno di tenersi alla larga da un corso, pur promettente in efficacia, che mostrava simili opacità? Forse un clima di soggezione, di timore? In quel caso come conciliarli con il motto della Magistratura ordinaria, sine spe ac metu, senza speranza e senza timore? Ben sapendo che, una volta passato il concorso, un magistrato timoroso e speranzoso rischia di trasformarsi in un magistrato potenzialmente ricattabile? Fosse anche uno solo e tale solo all’ apparenza, sarebbe un’ ombra sul reclutamento che chiede con urgenza una risposta al Csm, al Ministero della Giustizia, alla stessa Anm, perché ne va della credibilità dell’ istituzione intera.

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