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Il caso Bellomo e il caso Weistein hanno analogie ma sono diversi

Si tratta sempre di persone che finiscono sotto ricatto per un'aspirazione professionale da parte di chi abusa di un potere. La gravità del comportamento di chi fa pressioni è uguale, ma le conseguenze pubbliche sono diverse se a subire è un'aspirante attrice o un aspirante magistrato.


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 È ufficiale la sanzione della destituzione per il Consigliere di Stato Francesco Bellomo, titolare del discusso corso Diritto e scienza, corso privato per aspiranti magistrati in cui si sarebbe imposto tra l'altro un discutibile dress code a base di minigonne e su cui pendono parecchie indagini penali. Un caso che, nel dibattito, in questi giorni, si è messo ripetutamente in relazione con il “caso Weinstein” regista accusato di molestie e ricatti alle attrici.

Le due vicende hanno similitudini: persone con un’ aspirazione professionale, soprattutto donne, sarebbero diventate oggetto di ricatti (a sfondo sessuale ma non solo) che facevano leva su quell’ aspirazione da parte di chi si trovava in una posizione di potere. Premesso che la gravità dell’ abuso di potere non è in discussione, che il ricatto è ugualmente spregevole, resta una differenza sostanziale, che rende i casi profondamente diversi.

I fatti che, come il caso Weinstein, riguardano attrici e registi sono di interesse pubblico perché coivolgono persone pubbliche, perché aprono uno spaccato di società e gettano luce sugli abusi nei luoghi di lavoro, ma ci riguardano come pubblico, come persone e come cittadini soltanto indirettamente. Sono fatti che, in tutta la loro gravità, attengono alle persone coinvolte ed eventualmente terze persone che, aspirando alla parte, sono uscite danneggiate da una selezione impropria: ma per quanto riguarda noi, un’ attrice può essere ricattata o ricattabile e contemporaneamente rimanere una brava attrice,  le sue capacità professionali non dipendono dalla sua impermeabilità alle pressioni. E noi in quanto spettatori siamo, volendo, liberissimi di boicottare al botteghino registi che adottano comportamenti scorretti, che urtano la nostra sensibilità. Se c'è una scorrettezza rimane tale, se c'è un reato va perseguito, ma non ci sono di mezzo funzioni pubbliche.

Se invece un magistrato diventa tale passando per un percorso facoltativo (Diritto e Scienza, tenuto da Bellomo, era un corso privato, forse utile ma non necessario per iscriversi e superare il concorso per la magistratura) che contempla anche solo un sospetto di ricatto, quel magistrato rischia di uscirne, come minimo, menomato nell’ apparenza dell’ indipendenza. Un’ attrice ricattata può restare un’ ottima attrice, un magistrato ricattato o almeno ricattabile è un magistrato che mette a repentaglio l’ essenza della sue attribuzioni costituzionali: non è più indipendente e non è più soggetto soltanto alla legge.

Le relazioni improprie emerse dal caso Bellomo, rispetto al caso Weinstein, aprono uno spettro molto più ampio, che riguarda tutti noi come cittadini utenti del sistema giustizia, che riguarda l’ intera magistratura, la Costituzione, in definitiva la democrazia. E non solo perché non possiamo (ovviamente) scegliere il nostro giudice come sceglieremmo un film, ma perché abbiamo il diritto e pure il dovere di pretendere un giudice libero da condizionamenti anche apparenti.

Ne va della credibilità della più delicata delle funzioni pubbliche. Rimuovere gli eventuali ricattatori è il minimo sindacale, ma la questione va affrontata più a fondo, per prevenire il rischio di formare (e reclutare) magistrati preparati tecnicamente ma non sufficientemente indipendenti, ed è una riflessione che deve necessariamente coinvolgere la magistratura ordinaria e la sua rappresentanza. Il magistrato non è un mestiere come un altro, chi sceglie l’ onore e l’ onere della toga deve mettere in conto che l’ impermeabilità rispetto alle pressioni non è un accessorio ma il Dna della funzione.

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