«I separati? Li accogliamo nella casa del vescovo»

L'esperimento è stato voluto dal cardinale Angelo Scola: c'è un apposito Ufficio diocesano che accoglie e segue i fedeli il cui matrimonio va in frantumi. In un mese, 90 appuntamenti. Il direttore, don Diego Pirovano: «Uno spazio concreto per chi soffre»

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Una risposta concreta per rispondere all’ emergenza. Come quella di Claudia (nome di fantasia), arrivata per tentare una riconciliazione con il marito. «L’ ufficio era per lei l’ ultima spiaggia per salvare il matrimonio», racconta suor Chiara Bina. O di Miriam che ha telefonato per verificare la possibilità di scioglimento di un matrimonio celebrato trent’ anni fa. Non di rado capita che Anna, la segretaria, risponda al telefono e dall’ altra parte ci siano persone che piangono disperate e facciano fatica a parlare. L’ ufficio si chiama “Ufficio diocesano per l’ accoglienza dei fedeli separati”.  È l’ intuizione dell’ arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, che lo ha affidato alle cure di don Diego Pirovano, il quale non a caso è anche giudice del Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.
La sede è al piano terra del palazzo della Curia di Milano, appena dietro il Duomo, in piazza Fontana. «È un ufficio di curia, che è la casa del vescovo», sottolinea più volte don Diego, «e questo non è un particolare burocratico. Dal punto di un vista di un vescovo, istituire un ufficio con spazi e collaboratori ad hoc significa accoglienza concreta, vicinanza, attenzione. Ma anche autorità. È la Chiesa che si fa prossima ai fedeli separati cercando di rispondere alle loro domande dopo averne ascoltato la storia». L’ emergenza è la situazione di molte persone che non sanno cosa fare e come vivere all’ interno della Chiesa la propria condizione. Un ufficio “sperimentale” (durata tre anni, poi si vedrà) per ascoltare e indirizzare.

«Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo»

Don Diego, 42 anni, ha un eloquio da fine giurista, rifugge l’ ecclesialese e spesso si sofferma su particolari pratici ma significativi: «Siamo aperti lunedì, mercoledì e venerdì», spiega. «Il lunedì pomeriggio non occorre prendere appuntamento ma si può bussare ed entrare liberamente. L’ ho fatto apposta perché chi desidera il nostro aiuto possa venire qui senza troppi filtri. C’ è Anna, la segretaria, che risponde al telefono, perché la persona che chiama quasi sempre si vergogna o è timorosa e ha bisogno di sentire una voce e non un centralino automatico». La missione dell’ ufficio si racchiude in una sola parola: accoglienza.

«L’ accoglienza non l’ abbiamo certo inventata noi», sorride don Diego, «però questo è un tempo in cui andava manifestata anche così. Ci sono i consultori, le parrocchie. Non togliamo il lavoro a nessuno, sia chiaro. Però questo è un tempo in cui alla fragilità della vita affettiva di tanti cattolici si unisce una certa debolezza nella percezione del sacramento». Il clima dell’ ufficio è molto familiare, non incute soggezione. Non stonerebbe sulle pareti il celebre aforisma di Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice, invece, è disgraziata a modo suo”. Don Luigi Verga, l’ altro collaboratore oltre a suor Chiara, conferma: «Ogni caso è diverso dall’ altro, ciò che li accomuna tutti è la grande sofferenza delle persone. La separazione è percepita come un fallimento di sé, una ferita dell’ io che non si rimargina mai, una libertà che uno si è giocato e alla fine ha perso, non ce l’ ha fatta».

In un mese quasi 100 appuntamenti

L’ ufficio ha aperto i battenti l’ 8 settembre scorso, festa della Natività di Maria. In appena un mese sono stati presi 90 appuntamenti e sono stati già fatti 25 colloqui. Oltre a Milano, il martedì si riceve a Lecco e il giovedì a Varese. I numeri, dunque, dicono che di quest’ ufficio ce n’ era bisogno.

Ma perché una nuova struttura? Per fare cosa? Posto che l’ ufficio non sostituisce il tribunale ecclesiastico al quale si ricorre per il giudizio di nullità (attenzione, non annullamento: o il sacramento del matrimonio era nullo in principio o non lo è, tertium non datur). «L’ accoglienza che noi offriamo», spiega don Diego, «si declina in quattro modalità. Primo: tentare se possibile una riconciliazione della coppia, magari rimandandola ai consultori. Secondo: aiutare i fedeli a comprendere quali siano le situazioni in cui la separazione coniugale sia coerente con l’ insegnamento della Chiesa e cosa possono fare in relazione ai sacramenti e altri servizi. Ovviamente ci sono varie situazioni: c’ è chi è divorziato e ha intrapreso una nuova relazione e chi invece no. Per queste persone accoglienza è dare un’ informazione corretta». Gli altri due aspetti sono più tecnici: «Offrire una consulenza nella prospettiva della richiesta di scioglimento (nel caso di matrimoni non consumati) o dell’ avvio di una causa di nullità. In molti casi, alcuni fedeli si sono già rivolti al tribunale ecclesiastico e attendono delucidazioni». 

Finora, continua don Diego, «le richieste maggiori riguardano la consulenza per la nullità e il bisogno di sapere come vivere la propria condizione di separato nella Chiesa». L’ accoglienza non può essere generica ma passa dalla pazienza dell’ ascolto e del racconto perché ogni storia è diversa dall’ altra. «È un mettersi in gioco tutti quanti», dice don Diego, «da fuori si pensa che si debba risolvere un problema ma in quest’ ambito ci sono problemi che oggettivamente non si possono risolvere. Compito della Chiesa è  avvicinare e accompagnare in tanti modi queste situazioni».  

«Divorzio cattolico? È stata riformata la procedura non i principi»

La consapevolezza (scarsa) di cosa significhi sposarsi in Chiesa è uno temi del Sinodo. «È una grande questione», risponde don Diego, «bisogna essere molto prudenti perché di primo acchitto la sensazione che uno ha raccontando la propria esperienza matrimoniale andata male è quella di essersi sposato senza convinzione. Quando però gli si cerca di fargli entrare nei meccanismi più profondi della decisione, visto che il compito della giustizia canonica è cercare la verità, si rendono conto se questa sensazione è reale. Per verificare la verità di un sacramento non bisogna essere sbrigativi né nell’ ascolto né nel racconto. Bisogna andare in profondità. E serve tempo».

È inevitabile chiedere a don Diego un parere sulla riforma delle cause di nullità voluta dal Papa e che entrerà in vigore l’ 8 dicembre prossimo. C’ è chi dice che si tratta di un “divorzio cattolico”. «Non è così semplicemente perché è stata cambiata la procedura ma non si è intervenuti sui principi», dice. «Alla procedura ordinaria, che resta, si aggiunge quella  più breve. È un’ idea di giustizia che è abbastanza condivisibile a mio avviso perché qualora a certe condizioni la possibile nullità del matrimonio possa emergere con una certa evidenza è normale che ci sia una procedura più breve che la registri. L’ assonanza con il divorzio breve approvato di recente dal Parlamento ha portato qualcuno a mettere vicino le due realtà. Il nome, processus brevior, era già presente nel Codice di Diritto canonico e definiva un altro tipo di procedimento in riferimento al secondo grado di giudizio, adesso con la riforma è come se si fosse tolto un cassetto dall’ armadio e messo uno nuovo. È stato cambiato un singolo contenuto ma l’ armadio resta sempre lo stesso».

«Il Sinodo? Ha già fatto il suo dovere»

Inevitabile concludere con il Sinodo in corso a Roma. Chiediamo a don Diego come finirà. «Le previsioni», dice, «sono sempre rischiose. Sono molto contento che ci sia una sintonia tra ciò che facciamo noi nel nostro ufficio e ciò che sta avvenendo nella Chiesa sul tema dell’ accoglienza che ha già messo in moto tutto il lavoro sinodale. Dall’ accoglienza non si torna indietro e nessuno può pensare di farlo. Essa è sufficientemente ampia ma non generica da essere davvero uno spazio caratteristico della Chiesa, pienamente evangelico. Soprattutto, l’ accoglienza non ha confini: pensiamo ad una persona che magari non ha ottenuto la nullità del proprio matrimonio, ad esempio, non per questo è esclusa dalla vita Chiesa. L’ accoglienza è più ampia, va oltre. E la Chiesa non è un tribunale». Sulla riammissione alla comunione per i divorziati risposati alla fine si troverà un compromesso? «A mio avviso», dice, «nessuna decisione, in un senso o nell’ altro, farà mai venire meno l’ accoglienza nei confronti di queste persone».  

INFO UTILI

Per contattare l'ufficio e prendere un appuntamento si può telefonare allo 02-8556279 oppure via e-mail scrivendo all'indirizzo: accoglienzaseparati@diocesi.milano.it

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