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I magnifici 60 anni di Cocco Bill

Il mitico personaggio compie 60 anni: parla l’ erede del maestro Jacovitti


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Era il 28 marzo 1957 quando Cocco Bill apparve sul primo numero de Il Giorno dei Ragazzi, supplemento gratuito del giovedì del quotidiano Il Giorno. Disegni e testi erano di Benito Jacovitti, un fumettista già rodato, che lavorava per Il Vittorioso e aveva anche realizzato una personalissima versione di Le avventure di Pinocchio. Cocco Bill poi approdò nelle pagine de Il Corriere dei piccoli e infine nel 1978 sul settimanale della San Paolo Il Giornalino. Ma Cocco Bill è stato anche protagonista di cartoni animati e del mitico Diario Vitt, che ha accompagnato tanti ragazzi sui banchi di scuola.

I suoi fumetti erano surreali, grotteschi, con un’ ironia a volte macabra, quelle lingue inventate e un’ abbondanza di sparatorie. Alla morte di Benito Jacovitti, Cocco Bill non è scomparso: a mantenerlo in vita, con il benestare della figlia Silvia, ci ha pensato il fumettista padovano Luca Salvagno, uno dei pochissimi collaboratori di Jacovitti, di cui colorava le tavole e che per quattordici anni ha continuato a disegnare le storie del pistolero goloso di camomilla sulle pagine de Il Giornalino.

Quando è iniziata la tua passione per i fumetti di Jacovitti? «A sette anni ero abbonato a Il Giornalino e al Messaggero dei ragazzi, ma sbirciavo le storie di Jacovitti, che pubblicava sul Corriere dei piccoli, nei giornalini dei miei amici. Intanto già dalla prima elementare avevo cominciato a scarabocchiare i miei primi fumetti sui quadernetti. Grazie al regalo di uno zio, un volume in cui erano raccolti i vecchi fumetti di Jacovitti, cominciò a svilupparsi in me il morbo jacovittiano, tanto che quando ero in quarta elementare scrissi una lettera a Jacovitti, che non gli spedii mai, in cui dopo aver raccontato di me e avergli fatto i complimenti, gli chiedevo di tenermi un posto perché avrei voluto lavorare con lui».

E poi non hai mai smesso di disegnare…

«Il mio percorso andò avanti con il Liceo artistico, l’ Accademia, i primi fumetti pubblicati e ovviamente tante letture di Jacovitti di cui avevo una grande collezione. Mi consideravo un jacovittologo e mi balenò l’ idea di presentarmi a un quiz scegliendolo come materia».

E l’ incontro con il maestro quando è avvenuto?

«Nel 1992, quando io ormai avevo 30 anni, ho incontrato Benito Jacovitti a una mostra a Lucca. E lì incontrai anche quello che sarebbe dovuto diventare il suo erede. Fu così che si infranse il mio sogno infantile di poter lavorare con lui. Ma le mie speranze si riaccesero due anni dopo. Ero andato a Roma, dove avevano fondato uno Jacovitti club, e venni a sapere che cercava un colorista perché non era soddisfatto di tutti quelli che aveva provato fino a quel momento. Ho fatto delle immagini di prova e ho superato l’ esame».

Che tipo di rapporto hai avuto negli anni con lui?

«Il nostro rapporto di collaborazione purtroppo durò solo un anno, perché poi fu colpito dall’ ictus che gli fu fatale. Mi era capitato di incontrarlo solo due volte in quel periodo, ma lo sentivo a lungo al telefono e mi raccontava con tanti particolari le storie che stava realizzando; lui tendeva a non scrivere la sceneggiatura e a improvvisare. Fui così in grado di portare a compimento quattro storie per Il Giornalino, su incarico dell’ allora direttore don Tommaso Mastrandrea e della figlia Silvia Jacovitti. L’ impegno era di mantenere una certa poetica, pur concedendomi la libertà di apportare delle piccole modifiche. In tutto ho realizzato dal 1997 al 2011 circa 500 tavole».

E ora non lo disegni più Cocco Bill?

«È un po’ che non metto mano a Cocco Bill, e mi manca: così ho scritto una sceneggiatura per un albo che spero di poter pubblicare in Olanda, dove già sto lavorando. Nuove storie non ne escono più, mentre vengono ripubblicate le tavole di Jacovitti per Mondadori. Io credo che ci sia ancora un pubblico sui 40-50 anni molto affezionato al personaggio. Le sue storie su eBay hanno quotazioni molto alte».

Che cosa rappresentava Cocco Bill per i ragazzi?

«A mio parere era lo specchio del tipico maschio adolescente in crescita, che non sopporta le ingiustizie e ama sentirsi in qualche modo armato, è fisicamente allampanato e con un’ andatura un po’ oscillante. È sicuramente un fumetto prettamente maschile, anche perché ci sono pochi personaggi femminili e di sicuro poco attraenti».

Che tipo di persona era Jacovitti?

«Aveva un grande slancio, e aveva il gusto di mettere alla prova le persone facendo loro scherzi. Le sfidava: ricordo per esempio che andava in giro con occhiali senza lenti. Un altro episodio che ricordo è che usava i pennini in maniera maniacale per fare segni sottilissimi e una volta che si erano consumati li passava a un collega fumettista, Nevio Zeccara, che per il suo stile (faceva storie di fantascienza) poteva avere anche un tratto più spesso».

Come mai Jacovitti infarciva le sue tavole di tanti buffi elementi, come i salami, le matite e le ossa da morto?

«Grazie a questa ricchezza di particolari le sue vignette non solo sono piene, ma sono anche tridimensionali, sembra di poterci entrare, di poterle toccare. Jacovitti diceva che li metteva per ingannare il tempo, per occupare uno spazio libero. Io penso che quando uscirono le sue prime vignette coi salami c’ era ancora la guerra, ed era un bel modo per invitare a lasciar andare l’ immaginazione presentare quei salami già tagliati, quando la gente aveva fame. D’ altronde fanno proprio venire la voglia… di addentarli!».

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