Sport, l'Italia perde i suoi maestri

Dopo gli allenatori di calcio, basket, volley e marcia, migrano anche i maestri di scherma. Lo sport italiano, in vista dei Giochi di Rio, saprà sopravvivere alla diaspora?

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Londra 2012 è alle spalle, Rio de Janeiro 2016, in apparenza, di là da venire. Ma il futuro non è un coniglio che si possa estrarre dal cilindro all’ ultimo minuto. E Rio probabilmente si gioca, molto più di quanto si pensi, proprio in avvio di 2013, anno postolimpico, in cui in vetrina non succede quasi niente e dietro le quinte invece quasi tutto.


In chiusura di 2012, in particolare, sono accadute due cose importanti: Giulio Tomassini e Stefano Cerioni, maestri artefici dei successi del fioretto recente (Vezzali, Trillini, Di Francisca, Errigo, la laceratissima nazionale maschile‚Ķ tanto per fare qualche nome), hanno preso il volo per altri lidi, allettati da offerte economiche straniere difficili da rifiutare, per numeri uno al mondo. Impossibile biasimarli. Anche il mercato dello sport olimpico è diventato globale, quel che nel calcio, nella pallacanestro, nella pallavolo accade da tempo, è una realtà ormai anche per gli sport piccoli e tecnici (si veda la marcia di Damilano diventato Ct della Cina). Con la differenza che in questi ultimi i maestri e la loro sapienza fanno una differenza significativamente maggiore. 

Il problema, in tempi di crisi, è che non avendo disponibilità economiche per rilanciare cifre in grado trattenere i transfughi, né per acquistare a prezzi competitivi la concorrenza (si pensi al dibattito in corso sulla Pellegrini e Lukas) lo sport italiano rischia di perdere per strada un altro dei forzieri che storicamente portano medaglie. In questo caso il più ricco: quella scherma che da sempre ci mantiene, con poche altre discipline per pochi abilissimi eletti, tra i migliori dieci Paesi ai Giochi. 

Finora la scherma ha garantito la continuità che altre discipline, con più concorrenti e minore specificità tecnica, non hanno saputo mantenere. A Rio potremo dirlo ancora? Molto dipenderà da quanto si è seminato in termini continuità tecnica, da quanto sapere è stato tramandato. Sappiamo che Elisa Di Francisca affiderà il suo futuro a Giovanna Trillini, già campionessa di razza jesina, diventata maestro d’ armi, superando l’ esame previsto dall’ Accademia nazionale della scherma, meno di un mese fa.  

Ma è chiaro che non sarà quell’ esame brillantemente superato a determinare il futuro, mentre è probabile che lo sia quanto Giovanna Trillini ha respirato in questi anni di palestra jesina accanto a Cerioni. Molto, non tutto perché il rapporto tra un maestro e un campione è anche una relazione a suo modo unica tra due unicità, dipenderà infatti dal bagaglio, più o meno grande e stivato negli anni, che Cerioni avrà consegnato a Giovanna Trillini prima di partire. La scherma italiana finora è stata capace di far crescere e tramandare quel prezioso bagaglio, lo sarà ancora, oggi che chi parte diventa un avversario? Lo vedremo a Rio. 

Ma è un fatto che in tanti sport, laddove i ferri del mestiere c’ erano, non si è stati capaci, in Italia, di creare attorno ai bravi tecnici una scuola significativa, in grado di sopravvivere ai loro pensionamenti, alle loro partenze, alle loro dipartite. Troppe volte il sapere dello sport è stato colpevolmente gestito come la roba verghiana, con quel senso di “dopo di me il diluvio”, di “roba mia venite con me”. Speriamo che stavolta non accada e che si capisca una volta per tutte, prima che sia tardi, che il nostro futuro, non solo sportivo, sta già camminando sulle gambe di chi ci cresce accanto.

Cerioni con i fiorettisti d'oro (Ansa).
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