Heysel, 25 anni per non dimenticare

Quella di Zibi Boniek non è un'intervista, è una lapide scolpita a voce. I conti con l'idea che si possa morire di calcio, in una sera in cui si vorrebbe vincere ed esultare, sono ancora difficili 25 anni dopo. 

    Doveva essere una finale di Coppa dei campioni (si chiamava ancora così), fu una notte di follia, incuria e imprevidenza, che costò la vita a 39 persone schiacciate contro il muro di uno stadio belga che non esiste più ma ha lasciato macerie dentro moltissime persone.
    
     Mi dispiace molto , spiega Boniek, colonna di quella Juventus,  su quello che è successo all'Heysel ho parlato già diverse volte, ho rilasciato diverse interviste e ho deciso per conto mio di non parlarne più. Per me è stata una cosa tristissima al limite della sopportazione umana. Noi siamo stati coinvolti e in un certo senso costretti a partecipare a una gara che secondo me non aveva senso. Ma, una volta entrati in campo, abbiamo cercato anche di vincerla perché è normale che, se a quel punto sei costretto a fare una cosa, la devi fare al meglio. Alla fine non ho preso il premio partita, perché mi sembrava giusto devolverlo a favore delle vittime. Mi dispiace profondamente perché noi parliamo ogni tanto, facciamo belle interviste, invece c'è ancora gente che vive senza i figli e senza i mariti che hanno perso la vita là. Per questo preferisco non parlarne. Mi spiace anche di non poter andare a Torino a partecipare alla Messa di commemorazione. Sto vicino a tutti quelli cui si è spezzata la vita là e a quelli che sono rimasti a casa con la vita non meno spezzata. Di più non mi sento di aggiungere .
   
     Era il 29 maggio 1985, la Juventus andava a giocare a Bruxelles la finale contro il Liverpool. Lo stadio era vecchio e mal pensato, pensata peggio la distribuzione del pubblico, con una parte dei tifosi italiani finiti in un angolo della curva del Liverpool, la curva degli Hooligans. Subito dietro le macerie di un cantiere, perfetto per chi volesse rifornirsi di armi improprie casomai non bastassero le aste delle bandiere. E così andò. 
    
    Cominciarono a caricare prima della partita, schiacciando in tanti i pochi nell'angolo, il settore Z, che per molti è stato la fine per niente simbolica dell'alfabeto dei giorni. In 39 non sono tornati, 32 erano italiani. A distanza di 25 anni, il calcio ha rimosso molte cose, non ne ha imparata quasi nessuna. La polvere della memoria però fluttua in parte ancora nell'aria, ciascuno a seconda di dove si trovava, ha un pezzo diverso del puzzle da apporre, nessuno l'insieme.
     
    Anche per questo è interessante leggere Heysel 29 maggio 1985. Prove di memoria (Reality book, 16 euro), un libro che ha pochi giorni di vita e prova a rimettere insieme i pezzi, chiedendo un mare di testimonianze a chi c'era. L'autore anche c'era, ma non tira direttamente i fili conclusivi del puzzle intero, lascia a chi legge il compito di ricomporlo, sapendo che per quanti pezzi si riescano a collocare,  ne mancheranno sempre 39. 

    Non è l'unico libro recente su quel tema doloroso (se ne leggono una versione letteraria nel monologo Quando cade l'acrobata entrano i clown, Heysel l'ultima partita di Walter Veltroni e una giornalistica in Heysel, la verità di una strage annunciata, di Francesco Caremani), ma il racconto di Targia, raccolto coordinando molte penne diverse anche prestigiose, ha di diverso la coralità. Il punto di vista dell'autore potete sentirlo a voce in uno dei video allegati.

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