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«Anche chi accoglie non deve alzare muri»

A Milano la marcia “20 maggio senza muri” per l'accoglienza. Ma aumentano le polemiche sulll’ assistenza degli stranieri. Gualzetti, Caritas: «Manifestazione positiva, ma non spacchiamo in due la città»


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Saranno in migliaia domani in marcia, donne e uomini del mondo dell’ impegno sociale, sindacale e civile, dello spettacolo e dell’ arte. Tutti per un futuro senza muri. In un maggio caldo per la città di Milano segnato da una cronaca che non dice né di accoglienza né di solidarietà. A partire dalla retata dei primi del mese voluta, sempre in Stazione Centrale, dal prefetto Luciana Lamorgese e dal questore Marcello Cardona.

 

Della tensione che si respira in città alla vigilia dell’ evento parliamo con Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana che non ha aderito alla marcia, ma che costituzionalmente si occupa di accoglienza. «Non abbiamo aderito allo strumento perché questi strumenti di sensibilizzazione non ci appartengono, ma - non serve dirlo - c’ è la massima adesione all’ obiettivo. Questi sono strumenti che non devono essere divisivi ma inclusivi, che non devono aumentare i muri in nome di chi vuole abbatterli. Noi, che l’ accoglienza la pratichiamo ogni giorno, non volevamo che diventasse qualcosa che si contrapponesse e spaccasse in due la città facendo gioco a chi la vuole divisa tra buonisti e “cattivisti”. La realtà dell’ immigrazione ci attraversa, è più grande di noi ed è strutturale. Bisogna gestirla senza slogan esattamente come fa e prova a fare la Chiesa di Milano cercando di cambiare la testa delle persone, offrendo spazi di accoglienza al servizio di un tema che deve interessare tutti in una logica di politica complessiva, da quando sbarcano all’ Europa».

Maroni e Salvini cavalcando l’ episodio di ieri in Centrale hanno chiesto che il corteo pro migranti venga annullato. Cosa ne pensa?

«La marcia di domani è una cosa positiva. Che lancia un messaggio positivo. Chiedere per un episodio di una persona che, tra l’ altro ha una mamma italiana ed è in una situazione difficile, di annullare la marcia mi sembra davvero che non c’ entri nulla. Casomai ci vuole più capacità di gestire queste situazioni, stranieri che magari sono qui da decenni. Quel che accade semmai ci richiede un maggior impegno per affrontare queste situazioni di disagio e di degrado che ci sono facendo azioni concrete di integrazione sul piano culturale ed economico. Processi lunghi che riguardano anche gli italiani. Perché, sennò, poi la rabbia esplode. L’ episodio in sé dice solo che bisogna lavorare di più e la marcia va in questa direzione».

 

Quindici giorni fa una retata sempre in Stazione Centrale che ha fatto pensare che fosse fallito il “modello Milano” di accoglienza. È così?

«La retata… Come tutti gli strumenti sono utili se all’ interno di una visione del problema. Se si arriva alla retata è chiaro che è mancato qualcosa prima. La retata fa emergere un’ accoglienza disorganizzata e un modello che ci siamo resi conto che non funziona. Ecco quindi che bisogna riformare la Bossi-Fini, aumentare i posti Sprar, se parliamo di coloro che arrivano, e poi c’ è la lotta alla povertà che ha bisogno di interventi strutturati e non estemporanei. Sennò alla fine resta solo la polizia che è il segnale del fallimento di una responsabilità di tutti, cittadini, istituzioni e imprese. Questo non vuole dire che sia fallito il modello “Milano” che ha fatto molto negli anni e va nella direzione giusta cercando di affrontare seriamente un problema che è grande. Ma è chiaro che Milano non è in grado di affrontarlo da sola. Il che vuol dire, di nuovo, che bisogna aumentare l’ impegno».

 

Tra le polemiche anche l’ attacco alle associazioni cattoliche che si spendono in prima linea per l’ accoglienza

«Il nostro dovere è di aiutare le persone italiane e straniere che sono in difficoltà. Lo facciamo seriamente puntando alla qualità e non alla quantità. Cerchiamo di farlo attraverso l’ ospitalità diffusa, garantendo la dignità della persona che è l’ unica che impedisce il degrado e garantisce la sicurezza. C’ è da dire che, dopo la criminalizzazione del povero e dell’ immigrato, adesso si è arrivati a quella di chi aiuta queste situazioni. Tacciati di essere complici di queste situazioni. In realtà la nostra realtà cerca di affrontare problemi e tensione anche delle comunità che ospitano le fragilità e hanno paura. Ecco, noi le accompagniamo.  Accompagniamo tutti, chi sta male e chi sta bene, italiani e stranieri, ad affrontare un tema che attraversa tutti. Oltretutto non siamo noi che li portiamo qua. Queste persone vengono. Punto. E stanno per strada. Noi facciamo in modo che non vivano in stato di indigenza, non è dignitoso. Ma questo noi lo faremo sempre anche perché sennò tradiremmo il nostro appartenere a questo Vangelo».

 

Proprio domani mattina nel quartiere di Greco, proprio a pochi minuti da Centrale, ci sarà #Contaminiamoci l’ occasione per conoscere le realtà di volontariato che animano un quartiere complesso. Lì voi avete aperto il Refettorio ambrosiano.

«Greco è uno degli esempi di contaminazione meglio riusciti dove, aprendo un mensa per i poveri in mezzo alle contestazioni, ma camminando con la parrocchia insieme alla comunità siamo riusciti a farla accettare da tutti restituendo al quartiere accoglienza e cultura con iniziative che animano un territorio che altrimenti non le avrebbe mai viste. E tutto a partire dalle contraddizioni della fragilità. Un esempio di come le reti si moltiplicano e si valorizzano».  

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