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Grotto, l'ET italiano che piace al Giffoni

C'è una creatura fantastica che ha letteralmente conquistato il più celebre festival del cinema per ragazzi: si chiama Grotto, e qualcuno già lo chiama l'E.T. italiano...


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C’ è chi, dopo le lodi della critica e il premio del pubblico all’ ultimo Giffoni Film Festival, l’ ha subito soprannominato l’ E.T. italiano. Dimentico che il tenero extraterrestre portato sugli schermi di tutto il mondo da Steven Spielberg nel 1982 era italiano, essendo nato dalla fantasia e dal genio artigianale di Carlo Rambaldi, re dell’ animatronic applicata al cinema. Resta il fatto che Grotto, la creatura fantastica che dà il titolo al film di Micol Pallucca in questi giorni nelle sale, è il frutto tutto italiano dell’ inventiva digitale dei ragazzi di Chromatica.

“Senza di loro, il mio film non sarebbe esistito”, ammette la regista marchigiana, 44 anni, nata a Fabriano e cresciuta professionalmente in Tv, essendo da vent’ anni responsabile di molte delle fiction prodotte da Mediaset. “I giovani tecnici guidati da Luca Della Grotta (quando si dice il destino in un nome) non solo sono stati bravissimi ma hanno lavorato giorno e notte con passione pur di rientrare nei tempi e nel budget previsti. Partiti da un disegno, hanno poi applicato duecento cursori sullo scheletro di Grotto grazie ai quali è stato possibile lavorare all’ animazione di questo coprotagonista del film”.

Grotto è una stalagmite vivente, un esserino che riesce a esprimersi con toni gutturali e si cela in anfratti sotterranei dove mai si è calato essere umano. E’ laggiù che finiscono cinque amici: Michele, Aldo, Luca, Carlo e la piccola Chiara. Ragazzini tutti compresi tra i 9 e i 12 anni che, precipitati per gioco in un crepaccio, non solo riusciranno a sopravvivere ma avranno la sorte di fare un incontro straordinario. Stupore e timore lasceranno presto spazio a curiosità e affetto, perché Grotto li aiuterà a tirarsi fuori d’ impaccio insegnando loro che solidarietà e amicizia sono valori importanti per tutta la vita. Nei ruoli dei piccoli protagonisti una sola baby star, Christian Roberto, già apprezzato a teatro nel musical Billy Elliot. Mentre esordienti o quasi sono Iris Caporuscio, Gabriele Fiore, Samuele Biscossi e Leonardo Similaro.

Fa parte della colonna sonora del film il brano Matrioska, cantato dai Two Fingerz con la partecipazione di Lorenzo Fragola, idolo dei teen-agers. Il film, che a Giffoni ha conquistato l’ esigente pubblico dei bambini, è un piccolo miracolo artistico e imprenditoriale. Prima di tutto perché realizzato senza soldi pubblici: il budget è stato tutto messo assieme dalla Pallucca grazie ai privati. Poi perché tenta una strada, quella del cinema per ragazzi, che in Italia è stata da tempo abbandonata. E infine perché con l’ ambientazione riesce a valorizzare un tesoro poco conosciuto del Belpaese: le Grotte di Frasassi, poco fuori Fabriano, che sono tra le più grandi e probabilmente le più belle d’ Europa.

“Non utilizzare soldi pubblici è stata una necessità più che una scelta perché nessuno, né a livello ministeriale né a livello locale, ha pensato che ce l’ avremmo fatta”, sospira amara Micol che pure di produzione se ne intende. “E’ stata dura ma ci ho creduto da subito. Sono convinta che i bambini meritino più attenzione da parte del cinema italiano. Noi quarantenni siamo cresciuti con film come E.T., La storia infinita, King Kong, Guerre Stellari. Mentre le giovani generazioni di oggi hanno solo action senza questo senso dell’ avventura”.

Giusto. Ma chi glielo fa fare di rischiare tutto su un film?


“Io credo che proprio in momenti di crisi, come questo che stiamo vivendo, sia giusto rimboccarsi le maniche e mettersi in gioco. Con le proprie capacità e i propri soldi. Senza star lì a elemosinare denaro pubblico. Le idee occorre saperle realizzare. Altrimenti, meglio cambiare mestiere”.

Fare un film per bambini è una delle sfide più difficili…

“Da una parte è così. Ma l’ altra faccia della medaglia è rappresentata dall’ entusiasmo e dalla genuinità non manipolata di questo pubblico. Basta conquistarlo parlando di buoni sentimenti, come amicizia e solidarietà, senza scadere in un buonismo caramelloso. I ragazzi possono essere anche crudeli”.

Lei non ha figli. Come fa a sapere tutte queste cose?

“Mia sorella ne ha tre, nipoti a cui sono attaccatissima. In particolare, ho passato tanto tempo con l’ ultima, Rebecca, oggi ormai adolescente. Andiamo insieme al cinema da quando aveva solo due anni e mezzo: ne abbiamo viste di tutti i colori”.

In effetti, il suo Grotto non è un film buonista. Il vecchio cinefilo lo accosterebbe subito a Stand by me di Rob Reiner, ispirato a un racconto di formazione di Stephen King…

“Il paragone mi lusinga. In un film per ragazzi si può pure parlare del primo bacio, della morte, della separazione dei genitori. Nei modi dovuti, certo, ma bisogna farlo perché loro parlano di queste cose. Lo dicono gli psicologi dell’ infanzia”.

Ha avuto un’ attenzione speciale per la scelta del linguaggio?

“Scrivendo il copione ho pensato proprio a come parlano i miei nipoti con i loro amici. Non in modo così sboccato come vorrebbero farci credere certe fiction o certe pellicole. Però, i ragazzini hanno dei codici tutti loro a cui va prestato orecchio”.

Come è riuscita a individuare gli interpreti giusti?


“Col vecchio metodo, il più efficace: ho fatto provini a bambini di tutta Italia. Sono stati più di un centinaio. Alla fine ho trovato i miei attori e sono grata a loro e alle loro famiglie, che si sono spostate e hanno accettato di lavorare in condizioni particolari. Nelle Grotte di Frasassi la temperatura, costante, è di 14 gradi ma l’ umidità è al 90%. Nessuno però ha mai girato in scenari naturali tanto meravigliosi! E niente sensazioni di claustrofobia perché le grotte hanno spazi immensi in cui ci si perde con l’ immaginazione. E’ per trasmettere al pubblico queste suggestioni che abbiamo deciso di girare il film in 3D”.

Come reagiranno gli spettatori alla “voce” di Grotto?

“Come far parlare un esserino fantastico, una stalagmite vivente che è comunque giovane, è stato un bel problema. Ho scelto di farla esprimere con una sorta di flatulenze. Anzi, per dirla tutta, si tratta di veri e propri ruttini modulati a seconda delle necessità. L’ idea mi è venuta guardando anni fa Rebecca: lei, così carina, alle prese con gli amici in una gara di rutti. Si divertivano e ridevano come matti. Stessa reazione dei piccoli spettatori all’ anteprima del Festival di Giffoni. Un trionfo”.

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