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Gomorra e il femminicidio in prima serata: è servizio pubblico?

Da stasera Rai 3 trasmette la seconda serie della fiction tratta dal libro di Roberto Saviano. Per la prima volta alle 21.15, con tutte le sue crude immagini di violenza. Una scelta in linea con quelle fatte per altre fiction di questa stagione dove l'asticella di ciò che si può mandare in onda è stata spostata in alto. Ma basta il successo a giustificarla?


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Stasera alle 21.15 chi si sintonizzerà su Rai 3 potrà assistere a  brutali omicidi (tra cui un terribile femminicidio), scene di sesso e turpiloqui assortiti. E' Gomorra 2, la serie di Sky tratta dal romanzo di Roberto Saviano che per la prima volta viene trasmessa in chiaro in prima serata. Anche la prima serie, infatti, dopo il passaggio su Sky, fu ritrasmessa da Rai 3, ma solo in seconda serata. Ora, al netto di possibili "depurazioni" delle scene più crude che potrebbero esserci, è legittimo che un prodotto come Gomorra, sulla cui qualità artistica non si discute, vada in onda in un orario in cui tanti minori, bambini compresi, sono davanti alla Tv?

La risposta è nelle parole di due magistrati che conoscono benissimo ciò di cui si parla: «Si può raccontare il male in televisione, ma solo se le persone hanno avuto una formazione» (Federico Cafiero de Raho, procuratore di Reggio Calabria, ad Avvenire). «Direi a Saviano, che stimo tantissimo, che nella terza edizione magari si dovrà pensare anche a rappresentare un personaggio positivo: uno di quelli che combatte contro quell'orrore altrimenti si fa un cattivo servizio» (Catello Maresca, il Pm che ha catturato il boss camorrista Michele Zagaria, all'Ansa). 

Potremmo chiuderla qui, se non fosse che il discorso però non si limita a Gomorra, ma alle scelte editoriali compiute dalla Rai nell'ultima stagione. Appare evidente infatti che l'asticella di ciò che è ormai consentito trasmettere, anche in fasce protette e in prodotti apparentemente innocui, si sia alzata. Basti pensare a Rocco Schiavone, la serie andata in onda su Rai 2 dove il poliziotto nato dalla penna di Antonio Manzini inizia le sue giornate fumandosi beatamente uno spinello in ufficio, e al primo dei nuovi episodi del "Commissario Montalbano", che inizia con una scena degna del cinema di Dario Argento: una ragazza, che si capisce essere stata picchiata e ferita gravemente, si alza in un luogo buio, riesce a salire su un'auto, percorre qualche chilometro nella notte, scende ed entra in un portone dove agonizza in un lago di sangue.

C'è poi il discorso sull'omosessualità, ormai ridotta a un puro stereotipo. Non c'è fiction in cui non compaia una coppia omosessuale, da Un posto al sole a Un medico in famiglia, e di rado questo tema così delicato è trattato con la necessaria cura. Sembra cioè che i personaggi siano stati appiccicati lì solo per dimostrare che anche la Tv pubblica si è messa al passo con i tempi. Esemplare il caso di I bastardi di Pizzofalcone, andata in onda su Rai 1. Anche quest'ultima serie è tratta da romanzi, quelli di Maurizio De Giovanni, e mostra la relazione tra una poliziotta e la medico legale. La storia è molto interessante da un punto di vista narrativo perché racconta della difficoltà della giovane agente di rivelare il proprio orientamento ai genitori. Le scene che descrivono questo conflitto colpiscono per l'umanità che sprigionano. Ma quando invece si passa alla descrizione del rapporto tra le due donne il castello crolla: le due sono riprese sempre nude o quasi, e praticamente non parlano mai tra loro. E' questa la "normalità" di un rapporto omosessuale?

In tutti i casi finora trattati stiamo parlando di fiction di indubbio valore, girate e interpretate da ottimi professionisti e che hanno tutte riscosso un grande successo. Ma può essere questo l'unico parametro da inseguire in una Tv pubblica? Non si tratta di essere bacchettoni, ma solo di suggerire degli spunti di riflessione sull'idea di prima serata come spazio da condividere insieme in famiglia.

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