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Sposato a una santa: «Gianna, il nostro Angelo Custode»

«Per me è sempre la donna bella, contenta, entusiasta e, assai più di me, amante dei divertimenti»: Ecco come Pietro Molla (1912 - 2010), in un'intervista alla nostra testata Famiglia Oggi, raccontava come era relamente la sua Gianna.


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Nel 1962, Pietro Molla perse la moglie Gianna. Colpita da una grave malattia, aveva deciso di non farsi curare per portare a termine la quarta gravidanza. Per questo, e soprattutto per la sua vita impegnata come medico, è stata beatificata il 24 aprile del 1994. Il marito, rimasto con quattro bambini (il più grande aveva poco più di 5 anni), ne parla ora con serenità. 

Quanto conta la presenza dei figli per superare la morte della donna amata?

«I miei figlioli sono stati, sin dall’ inizio, determinanti. Mi ha fatto meditare la fede espressa nelle loro domande – "La mamma mi vede ancora, mi sente, mi pensa...?" – e il fatto che sapessero consolarmi anche durante le crisi dicendomi: "Perché piangi? Se la mamma è in Paradiso lei sta bene e tu non devi piangere...". Inoltre, ovviamente, sentivo di dovere, a mia volta, sostenerli e per questo mi facevo forza». 

Dopo la scomparsa di sua moglie cosa le ha fatto più paura? 

«Non ho più alcuna paura della morte. Come esperienza personale, mi sono ancor più convinto dell’ esistenza degli angeli custodi. Sin da giovane li sentivo, erano i nonni o mia sorella. Gianna è l’ angelo custode mio e dei miei figli. Ci conduce e ci guida e io la sento presente. Sono ingegnere e per questo dico sempre che quando si è in vita è facile dimostrare che una persona viva, ma lontana, non ci può sentire. Invece nessuno può dimostrare che i nostri cari defunti non sentano le nostre preghiere». 

Come la ricorda?

«Io l’ amo e di lei ho solo dolci immagini. Per me è sempre la donna bella, contenta, entusiasta e, assai più di me, amante dei divertimenti oltre che dell’ impegno e della famiglia. Io prima di incontrarla pensavo soprattutto al lavoro. Lei mi ha insegnato ad andare ai concerti, a teatro, mi ha fatto capire che si può essere a posto con i propri doveri anche godendosi la vita». 

Che cosa ha significato per lei la beatificazione di Gianna?

«È sempre una gratificazione vedere riconosciuto il valore di una persona cara. Quando negli anni Settanta iniziò il processo di beatificazione io, forse, avrei preferito mantenere private le mie sofferenze. Temevo la divulgazione. In realtà ne ho ricevuto molte soddisfazioni. Prima di tutto perché anche la stampa laica ha parlato di Gianna con rispetto, e poi perché su scala mondiale – ho ricevuto immaginette in inglese, in cinese – è ormai riconosciuta la sua testimonianza di vita cristiana». 

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