Genitori di bambini con Dsa si raccontano

Si fa ancora fatica a riconoscere un bambino con un Disturbo specifico di apprendimento. Gli insegnanti ce la mettono tutta ma non sempre risultano aggiornati. Questo porta a rimandare il problema della diagnosi con l'aggravante di una situazione psicologica di inadeguatezza, frustrazione e bassa autostima che va consolidandosi nella personalità del ragazzo. Ne parlano i genitori.

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La legge n. 170, approvata nel nostro Paese nell’ ottobre 2010, dal titolo: “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”, ha finalmente riconosciuto e dato un nome alle difficoltà di tanti bambini e garantito loro quei diritti fondamentali per un sereno percorso scolastico. Purtroppo il grosso problema rimane ancora oggi riconoscere quando si è davanti a un bambino con un “disturbo specifico di apprendimento”, perché la maggior parte degli insegnanti non è preparata attraverso mirati corsi di aggiornamento e questo porta a rimandare il problema della diagnosi con l’ aggravante di una situazione psicologica di inadeguatezza, frustrazione e bassa autostima che va consolidandosi nella personalità del ragazzo.

«Mi sono accorta che qualcosa non andava durante il primo anno scolastico», asserisce la signora Paola, madre di un ragazzo che oggi frequenta la terza media. «Purtroppo la maestra non mi è stata di nessun aiuto in quanto non ha saputo riconoscere il problema scaricando sulla famiglia la sua incompetenza». La signora Olga si è accorta delle difficoltà di sua figlia solo in prima media: «Alla luce di un rendimento molto scarso, nonostante le lunghe ore e l’ impegno dedicato allo studio, l’ insegnante di italiano di mia figlia maggiore, mi ha segnalato la possibile causa delle sue difficoltà imputabile a un “disturbo specifico dell’ attenzione”». Solo la signora Marisa ha avuto la fortuna di poter capire presto quale era il problema e poter quindi sostenere e aiutare il suo bambino: «La maestra in prima elementare, avendo seguito un breve corso sull’ argomento, mi ha fatto notare che mio figlio faceva ripetuti errori di grammatica e che questo poteva essere un segnale di un disturbo specifico di apprendimento, come effettivamente è stato poi diagnosticato in quarta elementare».
Sempre la signora Marisa continua: «Ho cominciato così fin da subito a informarmi sul problema e ad aiutarlo come meglio potevo, gli insegnanti non sempre sono stati all’ altezza della situazione, solo ultimamente dopo varie lotte lo aiutano nelle interrogazioni, lasciandogli usare le mappe concettuali, ma le verifiche sono uguali a tutta la classe, solo gli danno più tempo, mandandolo fuori dalla classe o in classe mentre spiegano o interrogano».

«La certificazione di DSA di nostro figlio, ci ha fatto provare molteplici sensazioni», prosegue la signora Paola, «da un lato eravamo contenti che finalmente avevamo capito cosa non andava, dall’ altro eravamo impauriti perché ciò che era stato diagnosticato ci era sconosciuto e di difficile comprensione. L’ unico veramente contento era nostro figlio che ha potuto finalmente motivare tutta la rabbia e la frustrazione del suo percorso scolastico».
«Ho vissuto momenti di grande dolore di fronte alle enormi difficoltà di mia figlia e ho pensato che nessun bambino avrebbe dovuto soffrire tanto e sentirsi inadeguato a causa della cattiva competenza delle scuole», afferma invece la signora Elena.
«La scuola resta comunque ancora oggi, malgrado le lotte e l’ approvazione della legge, l’ unico grande ostacolo perché essere dislessici non significa godere di sconti speciali ma di potere usufruire di metodologie di studio e di apprendimento alternative», afferma la signora Paola e conclude: «Di grande aiuto sono state le associazione come l’ Aid (Associazione italiana dislessia) dove abbiamo trovato mamme e papà con cui condividere la nostra esperienza».
«L’ atteggiamento degli insegnanti ha subìto qualche cambiamento solo grazie alla certificazione e soprattutto dopo l’ approvazione della legge, la vita scolastica di mia figlia è sicuramente molto migliorata potendo finalmente tracciare un percorso didattico individualizzato (il Pdp)», asserisce signora Elena e conclude: «Il cambiamento avvenuto è stato proprio nel segno della consapevolezza, nel riconoscimento e nella accettazione del problema».

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