Figli e social: ma di che privacy stiamo parlando?

Dobbiamo smetterla di pensare che a 11 anni i ragazzi possono avere nel web la stessa libertà e autonomia di un trentenne.Meglio controllare i figli preadolescenti quando frequentano i social. Così Alberto Pellai commenta positivamente il gesto del preside di Parma e invita i genitori ad assumersi le proprie responsabilità.

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Un Preside di Parma, Pier Paolo Eramo, che anch’ io ho avuto il piacere di conoscere, ha fatto una scelta educativa molto importante. Ha reso visibili ai genitori della sua scuola le conversazioni di alcuni studenti che attraverso WhatsApp denigravano e umiliavano altri compagni. Frasi di bullismo orribili che non sono semplici ragazzate e che rivelano un uso spregiudicato e molto trasgressivo delle proprie strumentazioni elettroniche. Frasi del tipo: “BimboMinchia Obeso, Secchione di merda, Faccia da vagina in calore”.

Il Preside lo ha fatto perché vuole che i genitori la smettano di lasciare orfani i propri figli nel web. Io condivido in pieno la sua posizione. Quante mamme non verificano mai il profilo Facebook delle proprie figlie, semplicemente perché queste ultime chiedono di vedere rispettata la propria privacy e non vogliono intrusioni genitoriali nel loro spazio “social”? E quante mamme e papà obbediscono a questo genere di richiesta fatta da un figlio preadolescente? Così, poi magari succede che quella ragazza ha postato sul suo profilo un’ immagine davvero trasgressiva, al limite del pornografico, vista da centinaia di contatti che la ragazza ha sul suo social network. Tutti l’ hanno vista. Tranne mamma e papà. Che per l’ appunto hanno deciso di rispettarne la privacy.

Ma di che privacy stiamo parlando? Un social network è la cosa meno privata che esista. Un gruppo WhatsApp gestito da venti preadolescenti può diventare una bomba innescata pronta a deflagrare e a fare danni enormi se gli adulti non definiscono limiti, non forniscono regole, non presidiano la vita online dei giovanissimi. Che spesso si muovono in modo maldestro, eccitato e confuso nel territorio web e hanno disperatamente bisogno di adulti che li sappiano accompagnare e sostenere, regolare e motivare a fare ciò che aiuta la loro crescita. Non lasciarli liberi di fare ciò che vogliono: perché nel web questo si può trasformare automaticamente in un comportamento aggressivo e oltraggioso, autolesivo o eterolesivo. Dobbiamo smetterla di pensare che a 11 anni un ragazzo o una ragazza possono avere nel web la stessa libertà e autonomia di un trentenne.

Avere la password del cellulare di un figlio undicenne, visionare con una figlia ciò che viene postato nel suo profilo Facebook, verificare di tanto in tanto la cronologia delle navigazioni web dei nostri figli non significa invaderne la privacy, spiarli ed essere intrusivi. Certo, la fuori c’ è qualche adulto che fa tutte queste cose proprio con le intenzioni sbagliate: ma ogni mamma e papà dovrebbe sentire che ciò che davvero serve ai figli non è avere al proprio fianco genitori che spiano, bensì avere vicino a sé mamme e papà che accompagnano, sostengono, verificano, dialogano intorno alla vita online dei figli. E che, al bisogno, sanno anche intervenire e sanzionare gli errori e le trasgressioni di cui gli stessi figli si rendono protagonisti. Non per il gusto di castigarli, bensì per il desiderio di aiutarli a crescere. 

Per cui io sono assolutamente d’ accordo con l’ intervento fatto dal Preside Eramo di Parma e spero che il suo esempio sia spunto per molti genitori per andare da un figlio undicenne e dirgli: «Sai che da oggi io voglio conoscere la password di accesso del tuo cellulare? No, non ti voglio spiare. Voglio semplicemente fare il mio mestiere: ovvero fare l’ Adulto. Con la A maiuscola». Certo lui forse si arrabbierà, urlerà, dirà che non è giusto. Anche lui sta facendo il suo mestiere: ovvero l’ adolescente (o meglio il preadolescente). Ma la sua a non è maiuscola. La nostra A di Adulto, invece lo è. 

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