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E-book, la mossa di Franceschini

L'Iva sui libri digitali va portata dal 22 al 4 per cento: lo ha deciso il ministro della Cultura, inserendo un emendamento alla legge di Stabilità. Una scelta che antepone il valore della diffusione della lettura e della cultura al rispetto di discutibili norme burocratiche dell'Unione europea.


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A volte dietro asettiche cifre si celano scelte significative per le sorti della cultura (e dell'alfabetizzazione) di un Paese. L'emendamento del ministro Franceschini alla legge di Stabilità, che prevede di portare l'Iva sui libri in formato digitale (i famosi e-book) dal 22 al 4 per cento, merita sotto questo punto di vista di essere valutato in tutta la sua reale portata.

È chiaro a tutti che, più elevata è l'Iva su un prodotto, più alto è il suo prezzo finale. In Italia l'Iva sui libri cartacei è del 4 per cento: volutamente bassa, rispetto a quella di altre merci, perché si riconosce che il libro è una merce del tutto particolare. Anzi, chiamarla merce è improprio, dal momento che è lo strumento fondamentale della diffusione del sapere e della conoscenza. Per questo la decisione dell'Unione europea di applicare ai libri in formato digitale un'Iva del 22 per cento è parsa a molti discutibile, se non incomprensibile.

Intanto perché quella percentuale, il 22 per cento, è la stessa che viene applicata, per dire, ai videogiochi. E apprendere che i nostri governanti a Strasburgo e Bruxelles equiparano un libro a un videogioco è abbastanza sconfortante. E poi perché una misura del genere non va certo nella direzione di favorire al massimo la diffusione della lettura, momento privilegiato dell'alfabetizzazione e della formazione di un individio e di una società (vale la pena ricordare che il 70 per cento degli italiani soffre di "analfabetismo funzionale"). .

Ebbene, il nostro ministro alla Cultura Franceschini ha deciso di inserire nella legge di Stabilità un emendamento che riporta l'Iva sui libri digitali al 4 per cento, sulla base di un argomento inoppugnabile: un libro è un libro sia che lo si legga sulla carta sia che illumini il display di un dispositivo elettronico, come gli e-reader, i Kindle e i Tablet... Un libro è sempre un libro, come recita lo slogan #unlibroèunlibro che viaggia su Twitter, a prescindere dalla modalità di fruizione.

In questo modo magari l'Italia (e la Francia, che già si è mossa in questa direzione portando l'Iva al 7 per cento sui libri digitali) rischia una procedura d'infrazione da parte dell'Unione europea. Ma è un rischio che vale decisamente la pena correre, in nome di un valore - la cultura e la sua diffusione - prioritario rispetto a norme burocratiche il cui senso è davvero inafferrabile. Va dato merito al ministro Franceschini di aver avuto il coraggio - subito riconosciutogli da vari enti culturali, in primis del ramo editoriale - di aver fatto una scelta netta a favore della cultura. È, questa, una battaglia che merita di essere combattuta. Chissà che l'Unione europea non capisca, anche per merito della sua iniziativa, di avere compiuto un passo sbagliato.

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Il ministro Dario Franceschini.
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