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Figlio mio, quanto mi costi

I dati preoccupanti del nuovo rapporto Cisf sulla famiglia. Dalle 4 mila interviste effettuate risulta che molte non ce la fanno e rinunciano alla procreazione.


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Un passo avanti in 40 anni è stato fatto: i tempi – gli anni ’ 70 – in cui si aggiravano i mentori dell’ eccesso di popolazione e della progressiva riduzione delle risorse a causa della nascita di troppi bambini sembrano ancora più lontani. E con essi anche i pulpiti citati con grande riverenza, come il Rapporto del Club di Roma o il più internazionale Rapporto Meadows, che in modo diverso mettevano in guardia dal pericolo-figli, colpevoli di spingere sul baratro nientemeno che la sopravvivenza del pianeta. Un passo avanti, bisognerà ammetterlo, è stato fatto: i figli, pare, “siano utili”. A tutti, anche alle famiglie che non ne hanno, persino all’ intera società. Un passo avanti, è innegabile, a parole (nei convegni, ricerche, studi, discorsi politici), c’ è stato. Nei fatti, almeno nel nostro Paese, no. Perché a far vivere quei figli non ci pensa la società, ma ancora, come sempre, le famiglie da sole.

Ce lo ripete, senza mezzi termini, il Rapporto Cisf 2009 sulla famiglia, che presenta i risultati di un’ indagine effettuata con 4 mila interviste su un campione statisticamente rappresentativo. Si intitola Il costo dei figli, mettendo in chiaro un’ affermazione non di poco conto: si sta parlando di bambini, ragazzi, giovani figli di qualcuno e non di una sorta di categoria dai tratti indefiniti e generici, qualcosa di simile a una razza animale da proteggere. Pierpaolo Donati, da vent’ anni curatore del Rapporto per il Cisf (Centro internazionale studi famiglia), è netto come al solito: «Le politiche pubbliche degli ultimi decenni hanno trattato sempre più i figli come una categoria astratta e generica, come “minori”, “bambini”, “adolescenti”, “giovani” e sempre meno come figli, cioè come persone che hanno delle precise relazioni di filiazione con genitori concreti. È vero che le preoccupazioni per i figli di famiglie povere, in crisi, separate, a disagio, sono cresciute, ma gli interventi di welfare vengono ancor oggi disegnati più sulle situazioni critiche che sulle condizioni normali».

Se non si rischiasse di semplificare troppo, bisognerebbe dire che i figli “normali” non interessano a nessuno, tantomeno allo Stato, un costo lasciato ai pochi interessati, un fatto esclusivamente privato, frutto di una libera scelta, come quella di allevare un vitello o cambiare il frigorifero (che – per precisione – sono almeno detassati). Farli nascere, e poi crescerli Una scelta che – ricorda il Rapporto, da decenni strumento di discussione e lavoro apprezzato negli ambienti accademici, politici e culturali – si trasforma sempre più in una rinuncia, tanto che le famiglie con figli in Italia sono diventate meno del 50 per cento del totale. Da oltre trent’ anni, infatti, il comportamento riproduttivo della popolazione non arriva ad assicurare il ricambio tra genitori e figli e il tasso di fecondità totale è attualmente pari a 1,41 (una media tra l’ 1,33 delle donne italiane e il 2,12 delle “straniere”). Eppure, il Rapporto continua a mettere in luce una costante della società italiana, la grande distanza fra il numero di figli desiderati (nel caso degli intervistati pari a 2,13) e quelli effettivamente avuti (1,71). Con buona pace di chi irride quella che si vorrebbe una tendenza a spingere le coppie ad avere figli, mentre forse si potrebbe aiutare chi li desidera a non rinunciare.

Avere un figlio, come ricorda bene il Rapporto (costretto a ribadire qualche ovvietà se non fosse che nella realtà italiana ovvietà non paiono per nulla), è solo l’ inizio, perché poi bisogna mantenerlo e farlo crescere. Il tema del costo dei figli, peraltro molto chiaro in termini economici, è stato affrontato in un quadro discelte culturali, sociali e politiche: «La sfida della cura dei figli si imbattenella difficoltà di metterein campo diverse risorse attorno a tre nodi fondamentali:una disponibilità economica sufficiente a garantire l’ incrementodelle spese che una famigliadeve sostenere con l’ arrivo dei bambini; il tempo su cui i genitoripossono contare per occuparsi direttamente della cura; lapresenza di una rete di servizi che possanoaffiancare la famiglia nel compito di cura».

Tutto questo in una «società incui l’ economia ha mercificato il costodei figli, comparandolo con quello di altribeni di consumo, quali un’ automobile,una seconda casa al mare, o un belviaggio in Paesi esotici». Bene fa il Rapporto Cisf a ricordare che nel costo dei figli va computatoben altro che il solo denaro. Insieme al costo “di mantenimento”(spesa per i soli beninecessari), si tiene in contoquello di accrescimento (chemisura l’ esborso reale per i figli),e anche il costo totale di accrescimento,dato dal precedente sommatoal valore del tempo dedicato allacura dei figli, «che raramente i genitoriconteggiano esplicitamente, ma che sicuramenteviene “valutato” per deciderese fare un figlio o meno».

Ma se anche ci si volesse fermare allamera spesa economica, non ci si stancheràmai di ricordare che dai dati Istatemerge come non tutte le famiglie configli siano in grado di garantire il mantenimentodi uno standard di vitaritenuto “accettabile”. Ilrischio di collocarsi sottoquesto standard, e quindidi vivere in condizioni di“povertà assoluta”, aumentaal crescere del numero di figli.In particolare si osserva unevidente aumento del rischioper le famiglie numerose: quandonella famiglia sono presentialmeno tre figli, l’ incidenza di povertàassoluta è doppia (8 per cento)rispetto a quella calcolata per ilcomplesso delle famiglie italiane(4,1 per cento) e tripla rispetto aquella stimata per le coppie con unsolo figlio (2,6 per cento).Limitarsi a dire che i figli sono unbene comune, dunque, non bastapiù. Urge, invece, una politica non solodelle istituzioni pubbliche, ma anchedi quelle private per aiutarli a vivere.

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