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Dalla Tunisia allo Zambia, le donne raccontate dalle donne

L'integralismo islamico attraverso lo sguardo di una bambina, la caccia alle streghe sulla pelle di una ragazzina abbandonata. "Aya" della tunisina Fedhila Moufida e "I am not a witch" della zambiana Rungano Nyoni sono i film vincitori del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina.


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(Nella foto sopra: una scena del film "I am not a witch" della regista zambiana Rungano Nyoni)

La ventottesima edizione del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina di Milano (18-25 marzo) si chiude con due sguardi al femminile: quello di Aya, ragazzina tunisina che vive su di sé, arrivando a risvolti drammatici e commoventi, il contrasto tra la laicità della scuola che frequenta e l'integralismo religioso di suo padre, al quale anche sua madre cerca invano di opporre resistenza. E lo sguardo di Shula, piccola zambiana senza casa e senza famiglia, marchiata dalla superstizione radicata, stigmatizzata come strega dalla comunità nella quale si è imbattuta, sfruttata dalle autorità locali per soldi, gettata in pasto ai selfie dei turisti in un campo per streghe. Sguardi smarriti, interrogativi e insieme terribilmente severi di due bambine che osservano il mondo dei grandi senza riuscire a comprenderlo, ciascuna nel proprio contesto vittima innocente delle credenze degli adulti che la circondano.  

La rassegna milanese, promossa dal Centro orientamento educativo, quest'anno ha premiato il cinema al femminile: le donne che raccontano le donne nei contesti sociali e culturali dei loro Paesi. Aya e I am not a witch sono rispettivamente il corto e il lungometraggio vincitori del festival. Entrambi sono stati diretti da due donne, la regista tunisina Fedhila Moufida e la zambiana Rungano Nyoni.

Anche nel toccante cortometraggio africano Waiting for Hassana gli occhi di una donna, la nigeriana Funa Maduka, al suo esordio alla regia, ripercorrono una vicenda straziante al femminile: quella della 276 studentesse nigeriane della scuola di Chibok rapite nel 2014 dalla setta fondamentalista islamica Boko Haram.

Un altro interessante sguardo al femminile sul mondo delle donne il Festival del cinema africano lo ha regalato con il bellissimo cortometraggio Into reverse di Noha Adel, che si è aggiudicato il premio Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità) assegnato al miglior corto con valore pedagogico: lavoro ancora più sorprendente perché per la regista egiziana, che nella vita quotidiana lavora nel settore formazione e sviluppo di un'azienda, si è trattato del progetto finale del workshop di cinema frequentato al Cairo nel 2017. In una strada a senso unico del Cairo un ingorgo blocca la circolazione. Una donna alla guida della sua auto è decisa a non fare marcia indietro: lei è nella giusta direzione di marcia, è l'altro autista, un uomo, che è entrato nella strada nel senso sbagliato. Spetta a lui fare marcia indietro, tornare sui suoi passi. 

«Questa storia racconta un episodio al quale mi è capitato davvero di assistere circa quattro anni fa al Cairo», racconta la regista. «Una donna alla guida di una macchina si è trovata di fronte un'altra auto guidata da un uomo che bloccava il passaggio. Lei ha lottato per affermare la sua giustizia, ha reagito con la sua determinazione. Quando l'ho vista ho pensato che quella donna era sempre stata sconfitta dalla società, i suoi occhi racchiudevano tanta tristezza. Ma quel giorno ha deciso di non rassegnarsi e di resistere. E alla fine ha vinto. Quell'episodio mi ha colpito profondamente, l'ho sempre trattenuto nella memoria. Nel film ho raccontato le piccole vittorie che ognuno di noi colleziona nella propria vita quotidiana».

 

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Una scena del film Aya della regista tunisina Fedhila Moufida.
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