Elogio di chi dice: è colpa mia

Carlo Lucarelli, scrittore e conduttore televisivo, ha esordito al Festival di Roma come regista cinematografico. Di fronte alle critiche ha ammesso: "Significa che l'ho fatto male".

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Quando si tratta di assumerci le responsabilità per un'impresa che non è andata secondo le attese, ci dimostriamo tutti degni discendenti di Adamo che, nel Giardino dell'Eden, al Signore che gli domandava conto del loro operato, scaricò subito la colpa su Eva: è stata lei! Così, ogni qual volta inciampamo in un un fallimento - non per forza qualcosa di grave -, non resistiamo alla tentazione di dire: non è colpa mia, è qualcun altro che ha sbagliato...

Scrittori, registi, artisti, attori sono maestri in questo atteggiamento. Il libro è brutto? Non è stato capito. Il film ha riscosso più critiche che applausi? È il destino dei geni di essere incompresi. Un'opera d'arte non è piaciuta? È quello che capita a chi precorre i tempi... Davvero raro è trovare qualcuno che, con umiltà, dica: forse ho sbagliato qualcosa. Perciò vale la pena sottolineare la sobrietà e l'eleganza con cui Carlo Lucarelli al Festival di Roma ha accolto le critiche al suo esordio cinematografico. Giallista affermato e noto al pubblico, conduttore di misurate trasmissione televisive sui "misteri d'Italia", Lucarelli ha realizzato la trasposizione cinematografica del suo libro L'isola dell'angelo caduto, dove racconta di una colonia penale durante il regime fascista. Qui un giorno un commissario (Giampaolo Morelli) si trova a indagare su una serie di strani delitti, ma capirà presto che, se porterà avanti la sua indagine con scrupolo e correttezza, rischierà di non uscire più da quell'isola.

Il film non è piaciuto: troppo surreale, troppo caotico, troppo affollato di spunti, insomma, un'opera non propriamente riuscita.
Di fronte alle critiche, Lucarelli ha reagito da vero signore, esibendo grande inestà intellettuale: «Il film è venuto proprio  come volevo io, se trovate che dentro ci siano troppe cose, o che siano pasticciate, la colpa è mia: ma essendo anche il romanzo firmato da me, almeno mi sono pasticciato da solo! Comunque, se non vi piace, vuol dire che l'ho fatto male».

Lo scrittore ha anche difeso la sua creatura, come era suo diritto («Il mio è un fumetto, visionario, pittorico, non realistico. E infatti il thriller col passare del tempo si ingigantisce sempre di più, acquistando sfumature molto surreali»), senza tuttavia mai cedere alla tentazione di asserragliarsi in una difesa a spada tratta, in base al principio: quello che faccio non può non essere buono, quindi siete voi a non aver capito nulla.

Ora, qui non è certo in discussione il diritto di critica, purché naturalmente venga espressa con rispetto e motivata. Non sappiamo nemmeno, non avendolo visto, se il film di Lucarelli abbia meritato le critiche. Quello che ci preme sottolineare è la reazione composta ed equilibrata dell'"accusato".

Se tutti noi sapessimo reagire con la stessa serenità a chi ci mostra i nostri limiti, vivremmo in una società meno intollerante, più aperta e costruttiva. Se chi sbaglia si assumesse la responsabilità delle proprie azioni, avremmo la certezza che la volta successiva farebbe tesoro delle osservazioni per migliorarsi. Pensate che rivoluzione sarebbe se uno stile del genere venisse adottato in politica! Ma questo sì che è un film troppo surreale...

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