Elette, cambiate la società

Per la prima volta in Italia, le donne in Parlamento sono il 31%. La sociologa Marina Piazza analizza motivi e conseguenze di questa "onda rosa".

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    La novità pubblica più importante di inizio 2013, per le donne italiane, è l'elezione in Parlamento di deputate e senatrici come mai prima nella nostra storia: il 32 per cento alla Camera (erano il 21) e il 30 per cento al Senato (erano il 19). E' successo senza bisogno di quote rosa, con una legge elettorale che non permetteva di esprimere preferenze. Eppure è successo, e l'arrivo di un'"onda rosa" ha sorpreso molti. Ne parliamo, allora, con la sociologa Marina Piazza, in passato presidente della Commissione nazionale Pari Opportunità e da sempre impegnata nello studio e nella ricerca sul mondo delle donne.

    Come si spiega un aumento così massiccio di donne in Parlamento?

    "Credo che si potrebbe spigare in due modi. Da una parte, c'è stata una vera pressione delle donne, che non sono state zitte ad aspettare che gli uomini componessero le loro liste. Moltissime associazioni si sono espresse per una democrazia paritaria, si sono verificate pressioni all'interno dei partiti, e credo che quest'ultimo fattore abbia influito soprattutto sul Pd, che ha portato in Parlamento un 41% di donne: mai successo prima. L'altro fattore è che il secondo partito che ha eletto il maggior numero di donne è il Movimento 5 Stelle, con il 38%. In questo caso credo che il fatto sia rapportabile alla giovane età dei loro eletti, che in media è di 37 anni. In analisi del passato dicevamo che le donne non arrivavano a Camera e Senato perché non hanno lobby che le sostengano, perché fanno più volontariato di base e non appartengono ad associazioni potenti. Però nel M5S, per esempio, si punta molto sui temi dell'ecologia, dell'aria, dell'acqua, e i movimenti che se ne occupano sono molto frequentati dalle donne. Inoltre, essendo in così giovane età, non soffrono di digital divide e sul Web, a quell'età, le donne sono presenti quanto gli uomini. Infine, vorrei sottolineare che da tanto tempo si discute di donne in posti decisionali, e c'è già stata una spinta a modernizzare e svecchiare le élite. In fondo, il risultato di tutto il lavoro degli uomini dal punto di vista economico, finanziario, politico è un tale disastro che probabilmente qualcuno ha pensato che qualche posto alle donne si poteva pure lasciare".

    Cosa possiamo aspettarci dalle parlamentari, mai così numerose come oggi?

    "Anche se non sono maggioranza, con questa presenza dovrebbero cercare di cambiare l'organizzazione sociale, che è così penalizzante per le donne. Il 30% è una soglia critica per contare, però credo che la vera rivoluzione avverrà quando le donne impareranno a parlare con voce di donna, in quegli ambienti abitati da uomini: essere di più, dovrebbe renderle consapevoli di avere la responsabilità di porsi come soggetti politici. Questo sarebbe il vero salto. Faccio un esempio tra i tanti possibili. Con alcune colleghe, da quattro anni abbiamo costituito un gruppo di studio intorno al riconoscimento del lavoro di cura. Si chiama "Maternità paternità", ha un sito e un blog. Una delle proposte che stiamo avanzando è quella della "maternità universale". Cosa significa? Oggi le giovani entrano nel mercato del lavoro in modo frammentario, atipico, con lavori a tempo determinato, para-subordinato, precario. Non sono protette dalla legge sulla maternità, che è una buona legge ma che protegge solo le donne che lavorano come dipendenti, mentre la grande maggioranza delle giovani non lo sono. Allora, per esempio facciamo sì che ci sia un'indennità di maternità di 700 euro al mese per cinque mesi, per quelle che non sono tutelate. E' un esempio per consentire che sia donne sia uomini si occupino sia del lavoro professionale sia del lavoro di cura, che quest'ultimo sia riconosciuto, perché ha una forte portata economica. Può essere reso visibile e riconosciuto in tante forme, naturalmente attraverso varie leggi".

    Questo 31% di donne in Parlamento significa che le quote rosa non servivano?

    "Credo che tutta la battaglia che abbiamo fatto per le quote rosa sia servita, nei consigli regionali, nelle giunte. Io sono sempre stata a favore delle quote, perché ho sempre pensato che le donne sono qualificate, intelligenti, capaci di capire la complessità della società in cui viviamo proprio grazie alla complessità delle loro vite. Se non riuscivano ad arrivare, significava che dall'esterno c'era un'ostilità forte che andava combattuta ad armi pari, quindi con azioni anti-discriminatorie. Dopo di che, mi ha fatto piacere che si sia arrivati al 31% di donne in Parlamento anche senza quote. Forse la battaglia culturale di anni, goccia d'acqua dopo goccia d'acqua, per affermare in ogni dove la democrazia paritaria, forse ai partiti un po' più sensibili è servita".



La sociologa Marina Piazza
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