Doping ai ragazzi, le colpe dei padri

Aridajje, direbbero in una commedia di quart'ordine. Ci risiamo. Alla voce sport fa di nuovo notizia l'inchiesta di una Procura della Repubblica. Siamo a Rimini questa volta, si scoperchia un altro pentolone non meno inquietante di quello di Napoli e Cremona. Non di scommesse si parla stavolta, ma di doping. Ad alzare materialmente il coperchio sono i Nas di Bologna, vanno in manette medici e informatori farmaceutici: 4 arrestati, 58 indagati. 

Niente di nuovo sul fronte occidentale, verrebbe da dire, se non fosse che stiamo su un fronte orientale e che dall'ordinanza del Gip Sonia Pasini emerge un dato particolarmente inquietante: casi di genitori che si danno da fare per portare nelle mani del medico sportivo Vittorio Emanuele Bianchi, al centro dell'inchiesta, figli minorenni. 

La memoria corre ai padri delle ragazze-immagine intercettati nell'inchiesta della Procura di Milano sul caso Ruby, padri che rimproveravano le figlie di non sapersi fare avanti per guadagnare di più, madri che chiedevano conto di bustarelle più o meno pingui a confronto con quelle delle rivali. 

Dà da pensare, nel confronto, - ma anche nelle dinamiche di tanti reati finiti in cronaca in questi giorni: dai calciatori da 200 gol in serie A che scommettono l'impossibile, agli imprenditori a capo di un impero che truffano per accaparrarsi irregolarmente fondi statali - soprattutto il rapporto con il denaro. 

Per accaparrarsene si compra lo sguardo di ispettori compiacenti, si incoraggia una figlia a vendersi al drago di turno, si vende a un medico senza scrupoli, già squalificato dalla Commissione di Disciplina della Federazione medico sportiva italiana, la salute di un figlio sperando di avergli comprato un futuro da campione di tennis. 

Unico obiettivo: contare euro a nastro alla fine della giostra. Chi spiegherà a questi figli che l'anima non ha prezzo? O finiremo per dar ragione ai cinici che provano a convincerci che tutto e tutti ne hanno uno?


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