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Noi donne, con o senza Nobel

Bisogna investire sulle donne, credere nella loro capacità di costruire un mondo di pace, libertà, accoglienza e sviluppo. Ecco la grande lezione dei Nobel per la Pace.


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Il giorno dopo l’ assegnazione del Premio Nobel a tre donne, due liberiane, Ellen Johnson Sirleaf, prima Presidente donna di uno stato africano, e Leymah Gbowee, attivista pacifista, quindi figlie di terra africana, e una yemenita, Tawakkol Karman per il suo impegno per promuovere i diritti delle donne e la democrazia nello Yemen, non fa che riempirmi di gioia, gratitudine e speranza.


La giuria ha voluto scegliere tre donne, una molto nota per la sua posizione di leader, mentre le altre due meno conosciute pubblicamente, ma altrettanto attive e che hanno saputo incidere nella vita, nello sviluppo e nell’ opera di riconciliazione dei loro Paesi in modo positivo. Infatti, la motivazione del premio veniva così espressa: «Per la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace».

Non dobbiamo dimenticare che queste tre donne premiate hanno pagato di persona il credere nei loro principi e valori di democrazia, libertà e dignità senza arrivare a compromessi con il potere di turno per ottenere facili benefici e guadagni personali. La loro testimonianza ci ricorda che lottare e lavorare senza interessi di parte o personali per la giustizia, la pace, la solidarietà, la riconciliazione e il dialogo, presto o tardi viene riconosciuto e può davvero portare a cambiamenti storici di interi Paesi.

Il bene si fa strada da solo anche se a volte con fatica, mentre il male, la corruzione e la disonestà non potranno avere il sopravvento. Dovremo, a livello personale e collettivo, rispondere per i valori o disvalori trasmessi ai nostri figli. Questo deve ricordare a tutte noi donne, ma in modo particolare a quanti hanno ruoli di responsabilità, che bisogna investire sulle donne, credere nelle loro capacità e nella loro forza per costruire un mondo di pace, fratellanza, accoglienza, rispetto e sviluppo a tutti i livelli. Passa anche dalle loro mani, dalle loro menti e cuori la costruzione di un mondo migliore. Sono proprio loro che con le loro intuizioni, capacità di mediazione, coraggio, tenacia, sanno costruire ponti per colmare le differenze, per lenire le ferite causate dalle guerre e dalle lotte tribali, per lavorare gioiosamente insieme, per favorire il bene comune a vantaggio di tutti, specie di chi fa più fatica.

Queste sono le donne che io stessa come missionaria ho incontrato in Africa e che ricordo con affetto e gratitudine, perché da loro ho imparato molto. Mi hanno insegnato soprattutto che noi donne siamo chiamate soprattutto e costantemente a generare la vita, non solo a livello di fecondità biologica, bensì a portare ovunque semi di vita e di speranza affinché ogni persona possa svilupparsi e crescere. A pochi giorni dalla scomparsa di un’ altra grande donna africana, Maathai Wangari, lei pure Premio Nobel per la Pace del 2004, questo nuovo riconoscimento è un ulteriore stimolo affinché l’ Africa possa continuare a “camminare con i piedi delle sue donne”.

L’ ex segretario generale dell’ Onu Kofi Annan, pure lui africano, affermava durante un riconoscimento ricevuto in Sud Africa: “Se volgiamo salvare l’ Africa, dobbiamo prima di tutto salvare le donne africane”. Io vorrei ribaltare questa , sostenendo che saranno proprio le donne a salvare l’ Africa e non solo. Quale sfida e stimolo è questa anche per noi donne di Paesi così detti civili e sviluppati. Non è forse giunto il tempo di riprendere in mano il nostro ruolo nella famiglia e nella società, nella sfera pubblica o privata per aiutarci a riscoprire e vivere i valori veri, autentici e duraturi, senza compromessi, scappatoie e illusioni?

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Suon Eugenia Bonetti durante una delle sue missioni in Benin.
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