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Donbass, emozionante film sulla guerra invisibile in Ucraina

Il potente affresco di Sergei Loznitsa su un Paese europeo dimenticato dall'Europa, tra preghiere e mitragliatrici.


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Si scrive Donbass, ma si legge guerra civile. Prosegue dal 2014, nel silenzio di molti media occidentali. Da una parte la Repubblica Popolare di Donec e quella di Lugansk (supportate dalla Russia), dall’ altra l’ Ucraina che cerca di mantenere il controllo sul proprio territorio. Ma a Sergei Loznitsa non interessa la politica: vuole dipingere l’ affresco disperato di un Paese in ginocchio, dove a soffrire sono le persone comuni. Va in scena l’ assurdità della guerra, che schiaccia i poveri e massacra gli innocenti. Chi ha perso la casa sotto i bombardamenti è costretto a vivere in bunker sotterranei: i bagni non funzionano, l’ acqua è razionata e tutti si sentono sommersi da un conflitto che non riconoscono.

Il regista non giudica, inquadra i volti, le espressioni, senza far distinzione tra militari e civili. Donbass non è un documentario, ma un lungometraggio di finzione a episodi, anche se lo spirito rimane quello del cinema della realtà. Non siamo lontani dallo splendido Austerlitz, ambientato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, a nord di Berlino. In quel film, Loznitsa sembrava chiedersi come potessimo sentirci “turisti” davanti all’ orrore dell’ Olocausto. La macchina da presa inquadrava il flusso, la folla, e l’ apparente distacco emotivo davanti ai forni crematori.

Anche in Donbass il regista si confronta con la Storia, quella attuale, che molti occidentali preferiscono non vedere, per non sfidare la Russia di Putin. Gli scontri di piazza Maidan, quando tutti i telegiornali parlavano dell’ Ucraina, ormai appartengono a un’ altra epoca. Oggi regna l’ indifferenza. Anche i giornalisti che vanno nel bacino del Donec appaiono spaesati, prima di morire sotto i colpi di mortaio. Il polverone iniziale si è ormai placato, la solitudine è la vera protagonista: quella dei soldati al fronte, quella di chi deve superare due posti di blocco anche quando prende l’ autobus.

Alcuni pregano, si rifugiano nelle processioni e nelle icone, altri preferiscono il suono della mitragliatrice. Pochi registi riescono a catturare con tale rigore il fluire del tempo. Le schermaglie si alternano ai momenti di quiete, con lunghi piani sequenza realizzati anche a mano. Poi irrompe la violenza, che per la gente comune è diventata rabbia. In uno dei momenti più forti del film, un membro della milizia viene sottoposto al giudizio dei passanti. Lo guardano come se fosse una bestia feroce in gabbia, poi si sfogano su di lui con pugni e calci. Le decisioni dei potenti non contano, quando ormai la popolazione ha perso la sua umanità. Chi ha fede, si aggrappa alla speranza, a qualcosa di più alto, mentre l’ esercito requisisce anche le automobili e toglie il cibo agli affamati. Gli uomini d’ affari sono costretti a versare grandi somme per sostenere la lotta, altrimenti non possono tornare a casa. Si annullano le disparità sociali, e l’ intera società sanguina. Loznitsa ci guida in un mondo senza pietà, scuote l’ anima, mette la platea al posto degli indifesi. In fondo siamo tutti colpevoli se continuiamo a chiudere gli occhi.

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