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«Sì alla disobbedienza civica in nome di una cultura della solidarietà»

Provocato dalla fiducia posta in Senato al decreto sicurezza, don Virginio Colmegna presidente della Casa della Carità, si augura che altre città a partire dalla sua Milano seguano l'esempio di Torino, Bologna, Bergamo e Padova e ne approvino nei Consigli Comunali la sospensione degli effetti


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È stato approvato anche al Senato il decreto sicurezza che nei 40 articoli che lo compongono prevede, tra le tante, alcune voci che allarmano quanti (Ong e mondo della solidarietà in generale) si occupano di migranti. Così, ad esempio, il taglio dei fondi per l'accoglienza da 35 euro a 20 per migrante. Ne parliamo con don Virginio Colmegna, 73 anni, presidente da 14 anni della Casa della carità di Milano che da sempre pratica l’ accoglienza. Un decreto che non fa che alimentare  il clima diffuso di caccia alle streghe...   

«Sul tema dell’ accoglienza dei profughi e della gestione dei richiedenti asilo avremmo auspicato un dibattito serio, aperto e plurale, un dibattito che valorizzasse il Parlamento, con competenze, studi, riflessioni, con uno sguardo sociale e con coraggio culturale, capace di analisi, guardando alla realtà di quanto accade, senza ideologie, generalizzazioni e slogan. Invece, è stata posta la fiducia, un atto che ha precluso ogni confronto. Mi auguro comunque che anche altre città, a partire dalla mia Milano, seguano l'esempio di Torino, Bologna, Bergamo e Padova e ne approvino nei Consigli Comunali la sospensione degli effetti».

Come si risponde a questo decreto?
«Valorizzando quelle alternative culturali che producono coesione sociale, anche arrivando ad atti di disobbedienza civica, in nome di quella cultura della solidarietà che dovrebbe ispirare gli interventi delle istituzioni e che sembra invece smarrirsi a favore di un facile consenso politico che strumentalizza le paure dei cittadini ormai irretiti dalla propaganda».

Il taglio dei fondi è figlio della propaganda elettorale visto che quei 35 euro sono sempre stati osteggiati da alcune forze politiche, appoggiate da un sentire diffuso: “Vengono qui e gli diamo pure 35 euro” era la vox populi.

«Il taglio dei fondi all’ accoglienza accompagnato dal commento “È finita la mangiatoia” è un insulto di una gravità immensa che non merita una risposta. Siamo, invece, estremamente preoccupati dall’ arretramento della cultura della solidarietà tra la gente comune, che trancia la passione solidale e installa chiusure e contrapposizioni. Nel merito dico solo che la riduzione dei fondi rischia di esser un regalo a corruzione e malaffare. Inoltre, la contrazione del modello dell’ ospitalità diffusa attraverso il sistema Sprar a favore dei grandi centri è un’ operazione che aumenterà illegalità, insicurezza, paura e conflittualità. Infine, dobbiamo sottolineare quella norma sulla possibile vendita ai privati dei beni confiscati alle mafie che è un passo indietro preoccupante su un tema cruciale come quello della legalità».

Cosa la preoccupa più di tutto?

«Il livello culturale, dato che continua l’ indifferenza al mancato rispetto dei diritti umani, fenomeno che non riguarda più solo il Mediterraneo, ma anche ciò che succede ai confini, vale a dire le deportazioni diffuse cui assistiamo da Ventimiglia a Trieste fino a quelle delle frontiere europee».

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