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Don Paolo Steffano. Il grande dono della diversità

Il parroco di Baranzate, periferia milanese, guida una delle realtà più multietniche d’ Italia: «In oratorio giocano cristiani e musulmani, siamo un laboratorio di convivenza»


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È partito da solo. Nessuno della famiglia. Nessuno della parrocchia. Ad accompagnarlo, unicamente il libro Le otto montagne di Thomas Merton. Don Paolo Steffano è andato così a Roma, lo scorso 6 febbraio, per ricevere dalle mani del presidente Sergio Mattarella una delle più importanti onorificenze del nostro Paese, quella dell’ Ordine al Merito della Repubblica Italiana: «Per il suo contributo a favore di una politica di pacifica convivenza e piena integrazione degli stranieri immigrati nell’ hinterland milanese». Solo, ma con tutto il quartiere Gorizia e la parrocchia di Sant’ Arialdo di Baranzate idealmente con lui. E in effetti in questa popolosa periferia alle porte di Milano sono tutti orgogliosissimi di questo riconoscimento. Come se fosse stato attribuito a ciascuno di loro.

«Ed è proprio così che volevo che fosse», ammette don Paolo, 53 anni, 27 di sacerdozio e da 15 a Sant’ Arialdo. «Non per falsa umiltà. Ma perché in questi anni abbiamo creato un sistema-quartiere che ci permette di sentirci parte di un progetto comune, di appassionarci e di trovare insieme strade nuove, di provarci e magari anche di sbagliare, ma sempre di crederci».

72 NAZIONALITÀ IN UNA STRADA

Non è un posto qualsiasi il quartiere Gorizia a Baranzate. E non è un parroco negli “schemi” don Paolo. Il contesto è quello di una delle realtà più multietniche e multireligiose d’ Italia: 4 mila abitanti, più del 60 per cento di origine straniera, 72 nazionalità rappresentate in una strada (via Gorizia appunto) e i suoi paraggi. «Siamo una multinazionale!», scherza don Paolo. «Ma soprattutto siamo un laboratorio di futuro. Con tutti i problemi e le potenzialità del caso. Ma con il desiderio di sperimentare strade nuove, come degli sherpa che conoscono perfettamente i sentieri, ma che guardano sempre avanti, cercando vie nuove. Alla fine nessuno conosce il loro nome. Ma senza di loro non si arriverebbe mai in cima».

Don Paolo cita spesso il cardinale Carlo Maria Martini. Si sente un po’ “figlio” suo. Liceale al classico Manzoni di Milano, da ragazzo si interrogava su come giocare la propria vita e attorno a cosa costruire qualcosa che le desse senso. Martini lo ispirava: la sua insistenza sulla parola di Dio, ma anche il suo modo di dare un volto più contemporaneo alle vicende evangeliche, lo interrogavano. Percorsi di fede, ma anche di attenzione all’ uomo. «Vangelo e poveri. Mai l’ uno senza gli altri. In un equilibrio che può oscillare, più da una parte o più dall’ altra, a seconda dei momenti e delle circostanze. Perché siamo calati profondamente nella realtà e ne siamo interpellati. Anzi, la realtà è sempre un po’ più avanti!».

Nella parrocchia Sant’ Arialdo è certamente così. Perché qui, già oggi, si vede l’ Italia − e la Chiesa − di domani. Attualmente il nostro Paese, in termini di presenze straniere, è ciò che questo quartiere di Baranzate era già vent’ anni fa. E se vogliamo capire cosa sarà l’ Italia tra vent’ anni, occorre guardare a via Gorizia oggi. Alla scuola materna l’ 85 per cento degli alunni non sono di cittadinanza italiana. In oratorio dal 35 al 40 per cento dei bambini sono figli di immigrati.

INCONTRARSI, CONFRONTARSI E CONDIVIDERE

Tra quelli che ricevono la comunione, circa la metà ha genitori stranieri. «Ho visto il quartiere cambiare con impressionante rapidità», dice don Paolo. «Anch’ io e la comunità siamo cresciuti con esso. La parrocchia oggi accoglie cristiani di varie provenienze e diverse confessioni. E anche islamici: ci sono molte famiglie musulmane che frequentano i nostri spazi e le nostre attività. C’ è rispetto da parte nostra e fiducia da parte loro». Un laboratorio di convivenza, integrazione e coesione sociale. Con luci e ombre. «Per noi è inevitabile confrontarci con questa presenza variegata, che porta con sé svariate problematiche, ma si traduce anche in potenzialità spesso inattese», dice il parroco.

Molto dipende dal modo in cui ci si incontra. «Per me le relazioni sono fondamentali, prioritarie. Vengono prima delle riunioni. Vengono prima delle strutture o del calendario. Significa incontrarsi, conoscersi, condividere le responsabilità, poter vivere la diversità come un dono, in un atteggiamento di apertura».

La diversità aiuta anche a leggere il senso della cattolicità in un’ ottica nuova. Proprio come sta facendo il Sinodo sulla Chiesa delle genti indetto a gennaio dall’ arcivescovo di Milano Mario Delpini. «Non un Sinodo sui migranti ma un’ occasione per riflettere con i migranti, che sono già parte delle nostre comunità, sul senso dell’ universalità della Chiesa. E su come valorizzare esperienze di fede di cattolici di altre origini e culture», precisa don Paolo. A Sant’ Arialdo ci stanno lavorando in modo graduale e il più possibile coinvolgente: rendendo protagonisti i migranti; lasciandogli spazi loro, ma anche includendoli nelle attività della parrocchia; facendo le letture della Messa nella loro lingua, ma anche offrendo corsi di italiano… Dando un aiuto quando c’ è bisogno, ma soprattutto «rendendo ciascuno capace di dare qualcosa».

Lo si vede in chiesa e in oratorio, nel Centro Caritas o nella palestra, nel laboratorio di cucito così come nelle iniziative dell’ Associazione culturale La Rotonda, con cui si realizzano vari progetti. Grazie anche alla presenza di tre suore ausiliarie diocesane e di due Piccole Apostole che vivono in un caseggiato a contatto con la gente. Ma soprattutto grazie ai moltissimi laici impegnati che, insieme a don Paolo, costituiscono una grande squadra. Lo si vede forse un po’ meno − ma è questo il nucleo invisibile ispiratore di tutte le dimensioni maggiormente visibili − nelle molte iniziative di carattere spirituale: i percorsi promossi per e con i giovani, i pellegrinaggi in Terrasanta, i cammini biblici con famiglie e adolescenti, i gruppi di riflessione sull’ Evangelii gaudium… Tutte occasioni di incontro con persone che desiderano andare alla radice della fede e che cercano la strada per “giocarsi” − come fa don Paolo − la vita.           

Foto di Bruno Zanzottera/ParalleloZero

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