Di Matteo racconta i “Collusi”

«La politica», dice Di Matteo, «deve tornare ad essere la “politica della denuncia”, puntare sulla punizione del voto di scambio, e pensare che la confisca dei beni debba essere estesa anche ai reati di corruzione». Ad Abbiategrasso, il Pm del processo sulla Trattativa Stato-mafia ha presentato il libro che ha appena pubblicato con Salvo Palazzolo. E spiega perché lo ha scritto.

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Il tema spinoso della “Trattativa Stato-mafia”: questo uno dei principali argomenti presentati e approfonditi dal Pm di Palermo Nino Di Matteo, ospite della serata organizzata dalla Carovana Antimafia Ovest Milano venerdì 3 luglio presso l'ex convento dell'Annunciata di Abbiategrasso.

In una sala gremita, il magistrato più temuto dalla criminalità organizzata, primo bersaglio di boss come Totò Riina e Matteo Messina Denaro e oggi sotto scorta a seguito delle minacce di morte ricevute, racconta i suoi 23 anni nella magistratura, il suo lavoro e la sua lotta alla mafia, partendo dal suo ultimo libro: “Collusi”, scritto insieme al giornalista de 'La Repubblica' Salvo Palazzolo.

«C'è poca responsabilità politica: tutto è delegato alla magistratura», dice Di Matteo

«C'è poca responsabilità politica: tutto è delegato alla magistratura», dichiara un duro e passionale Di Matteo. «Il mio compito è indagare anche sulle strutture interne deviate. Troppi elementi ci impongono di andare avanti. Ma questo non dev'essere un compito che resta solo sulle spalle dei giudici. Quelli che vengono considerati “buoni”, che hanno trovato la morte nella lotta alla mafia erano purtroppo un'anomalia rispetto al sistema in cui si erano inseriti», ricorda il Pm. «Quando è stato ucciso il magistrato Rocco Chinnici, molti suoi “capi” all'interno del Palazzo di Giustizia di Palermo continuavano a dire che la mafia non esisteva».

Le accuse di Di Matteo, però, non si fermano qui e prendono di mira anche i limiti delle leggi. Infatti, la politica, secondo il giudice, non creando delle norme adeguate, lascia sola la magistratura in questa lotta alla criminalità organizzata. «Con la legge 45 del 2001 si sono attenuate le differenze di pena fra i collaboratori di giustizia e gli irriducibili, rendendo più difficile la collaborazione; peccato che la magistratura abbia bisogno dei collaboratori di giustizia, che ci sono sempre meno perché evidentemente hanno colto un segnale di poca convenienza».

E allora, come fare ad aiutare i magistrati? «La politica», risponde Di Matteo, «deve tornare ad essere la “politica della denuncia”, puntare sulla punizione del voto di scambio, e pensare che la confisca dei beni debba essere estesa anche ai reati di corruzione». Pene più dure e meno superficialità da parte di tutte le istituzioni. Queste le parole d'ordine.

Il magistrato ha delineato un panorama oscuro dell'Italia di oggi

Si delinea, così, un panorama oscuro dell'Italia di oggi: tra le pieghe delle inchieste si leggono nomi di politici di alta caratura, dai quadri regionali sino alle più alte cariche dello Stato. Tutti in qualche modo coinvolti, tutti in qualche modo ammiccanti al potere di Cosa nostra. A questi vanno affiancati settori dello Stato potentissimi, come i servizi segreti, che deviano dalla loro missione e colludono con il potere mafioso.

Come se non bastasse, a tutto questo vanno aggiunti imprenditori disinibiti che cercano il favore dei boss in nome del profitto e qualche uomo di giustizia opportunista che evita di scomodare i poteri forti in cambio di una rapida e prospera carriera. È questo il quadro dell'Italia di oggi, è in questo contesto che Di Matteo lavora.

L'Italia non si può permettere una nuova Capaci o un'altra via D'Amelio, le indagini che facciano chiarezza sui rapporti perniciosi fra mafia e politica come pure fra mafia e imprenditoria sono un passaggio necessario per il cambiamento del nostro Paese. Solo così possiamo pensare – come dice Di Matteo – di «liberarci dalla mentalità mafiosa e avere più coscienza: questa è la nostra nuova lotta di Liberazione».

Dieci minuti di applausi hanno salutato il magistrato alla conclusone dell'incontro.

Andrea Cattaneo ed Erika Innocenti

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