Dedalus: meno dispersione e più occupazione rinnovando l'orientamento scolastico

Una strategia vincente. Mettere insieme narrazione e counseling per orientare le scelte future dei ragazzi. Come? Attraverso il racconto su foglio delle proprie emozioni e dei propri desideri. Questo, in sintesi, il progetto ideato da Caterina Corapi e Maria Chiara Pizzorno e finanziato dal bando Italia-Svizzera 2007-2013. Parlano con entusiasmo le ideatrici.

Pubblicità

Usare la penna salverà chi è a rischio dispersione. Ne sono certe Caterina Corapi e Maria Chiara Pizzorno, ideatrici del progetto “Dedalus. Meno dispersione più occupazione: innovare l’ orientamento scolastico”, che hanno messo insieme narrazione e counseling per orientare le scelte future dei ragazzi attraverso il racconto su foglio delle proprie emozioni e dei propri desideri. Hanno dato così vita a un progetto finanziato dal bando Interreg Italia-Svizzera 2007-2013, programma comunitario volto a favorire la cooperazione trasfrontaliera in ambito economico, ambientale e incrementare la qualità della vita in ambito sociale e culturale: capofila per l’ Italia Città studi s.p.a (Biella), per la Svizzera l’ Alta scuola Pedagogica dei Grigioni (Coira), partner la scuola Holden di Alessandro Baricco (To) e il dipartimento di Psicologia dell’ Università degli studi di Torino. Coinvolti 324 studenti italiani e svizzeri appartenenti a 12 classi della provincia di Biella e 4 classi del Cantone dei Grigioni, tutti iscritti al terzo anno della scuola secondaria di primo grado nell’ anno scolastico 2012-2013. Come guida un team di 35 esperti, 6 dei quali scrittori della scuola Holden. Sette le tappe in classe, di 2 ore ciascuna. A conclusione un colloquio di consulenza orientativa dedicato a ciascuno studente e ai suoi genitori a cui ha partecipato il 90% delle famiglie.

«L’ idea è nata proprio da una mia esperienza negativa», racconta Caterina Corapi, Dedalus project manager: «Ho fatto test attitudinali a 14 anni che mi hanno condotta a una scelta scolastica sbagliata, poi modificata grazie all’ intervento della mia insegnante di Lettere. Con Maria Chiara Pizzorno, che si occupa di orientamento scolastico, abbiamo pensato: “Perché non facciamo qualcosa di forte per contrastare la dispersione? Il metodo, orientamento tramite la narrazione, è quello già usato in America, anche se lì sono i counselor a operare con l’ orientamento narrativo. Noi invece abbiamo deciso di mandare prima in classe gli scrittori, solo più tardi i counselor per capire quale fosse la scelta migliore e condividerla con le famiglie». Al centro, quindi, la scrittura di storie: «Chi sono io, quali i miei sogni, chi i miei alleati e quale il mio potenziale, quale la mia forza: questi i temi centrali. I counselor hanno poi veicolato passione e talenti nella scuola migliore per ciascuno. La risposta è stata sorprendente: 1300 storie scritte, una quantità sterminata. Test e open day non inducono alla riflessione su se stessi».

Ascoltarsi e scrivere dando voce ai propri sogni funziona davvero? «Era un progetto nuovo, non sapevamo se avrebbe funzionato: è stato valutato dall’ Università di Torino, i ragazzi di Dedalus sono stati monitorati prima, dopo e a distanza di nove mesi. Rispetto a un gruppo di controllo che non aveva partecipato al progetto, gli adolescenti coinvolti sono risultati più determinati, la loro scelta più chiara, non ci sono stati finora cambi di scuola alle superiori e la soddisfazione, anche delle famiglie, è rimasta alta a distanza di tempo. Molti degli allievi su cui abbiamo agito erano a rischio dispersione, classi con pluriripetenti. La maggior parte dei ragazzi ha scelto l’ istituto tecnico non il professionale, una scuola in cui mettersi in gioco. Noi li abbiamo sollecitati in questo senso: se si lavora con talento e passione ce la si può fare».

Ma come gestire il sogno di fare i calciatori o le veline? «Abbiamo trovato molti ragazzi con il desiderio di riuscire nel calcio, meno aspiranti veline: non abbiamo detto “No non ce la potete fare”, abbiamo solamente cercato di far capire le difficoltà e i limiti. Non solo ai ragazzi ma anche ai genitori che spesso sostengono queste scelte. Siamo rimasti sorpresi: gli adolescenti sono molto concreti, sanno benissimo quali sono i loro sogni, ma sanno anche che la vita li mette davanti ad altre sfide, come trovare un lavoro. Abbiamo detto loro “Devi andare a scuola per avere strumenti per capire il mondo”. Si partiva da un sogno alto, ma poi si arrivava a capire che ognuno poteva fare anche altro, e che non era un ripiego. Insegnanti e genitori dicono semplicemente che non ce la si può fare, i diretti interessati invece hanno bisogno di ascoltato».

Ultima cosa: pensa, in fondo, che l’ età per una scelta così importante sia quella giusta? «Meglio sarebbe se si rimandasse ai 16 anni. Alcuni sono molto disorientati. Importante è anche il dialogo con il mondo imprenditoriale: i ragazzi devono capire meglio le professioni perché ne hanno una visione astratta. Devono sapere cosa vuol dire davvero fare il medico o l’ idraulico. In futuro ci proponiamo di collaborare di più con le associazioni del territorio, anche con chi fa sport, perché aiuta a lavorare sulla tenacia. E poi vogliamo arrivare al Sud: abbiamo, tra i sostenitori, Roberto Saviano che ha raccontato le scuole del Mezzogiorno fatiscenti, i molti ragazzi senza alternative. In un contesto sociale povero a maggior ragione dobbiamo lavorare sul singolo e dare forza per affrontare le sfide. Da gennaio andiamo a cercare soldi per proseguire: siamo convinti di farcela e di trovarli. Anche noi dello staff che insegniamo la tenacia, siamo ossi duri. E non molliamo».

Pubblicità