Dalla coca al cacao

La storia di Jorge Laimito è quella di un “cocalero” che ha cambiato strada: oggi coltiva fave di cacao, ha resistito alle minacce dei narcotrafficanti e ai primi tempi duri. Il suo successo, oggi, è quello di altri 2 mila soci della cooperativa Acopagro, ma è anche merito delle politiche del governo peruviano per eliminare la produzione di cocaina; e di due aziende italiane – l’ Icam e la Otto Chocolates ‒ che hanno fatto della responsabilità sociale e della qualità dei prodotti un punto fermo. Ecco come tutto ciò è stato possibile.

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Vent’ anni fa Jorge Laimito si trasferì con la sua famiglia dalla foresta alla selva peruviana, nella regione di San Martin. Qui l’ economia era la coca e anche lui piantò le foglie verdi, come l’ 80% della popolazione della zona. Nel frattempo, Pedro, il maggiore dei suoi tre figli, aveva fatto carriera: non solo la coltivava, ma iniziò a trasportarla in accordo con i narcotrafficanti. Il padre lo scoprì il giorno in cui Pedro fu arrestato con due chili di cocaina nello zainetto e condannato a 15 anni di carcere.

Oggi Jorge Laimito è passato dalle foglie verdi alle fave di cacao, ha aperto una piccola produzione di mobili e spiega agli altri campesinos perché bisogna riconvertire le coltivazioni di coca.

Tutto è ciò è stato possibile grazie a una cooperativa di contadini, agli sforzi del governo peruviano e a due aziende cioccolatiere italiane che uniscono la ricerca del profitto alla responsabilità sociale d’ impresa. Se ne è parlato di recente in una conferenza alla Cascina Triulza, il padiglione della società civile all’ Expo di Milano.


Il Perù nel 2014 ha ridotto del 17% l'area coltivata a coca rispetto all'anno prima

Il Perù sta infatti diventando un caso positivo poiché, anche in un momento in cui il prezzo e la richiesta della droga stanno salendo, dimostra che è possibile sconfiggere la coca. Per l’ Unodoc, l’ ufficio della Nazioni Unite per la lotta al narcotraffico, nel 2014 la superficie peruviana coltivata con le foglie verdi è scesa del 17% rispetto all’ anno precedente.

Spiega Melissa Cornacchione dell’ Ocex (Oficinas Comerciales del Perù en el Exterior): «In tutto il Paese gli ettari coltivati a coca sono 42.900, mentre negli anni Novanta arrivavano a 129 mila; in alcune zone la diminuzione è stata addirittura dell’ 81%». I cocaleros coltivano soprattutto i campi più lontani dalla costa, che si raggiungono con piste clandestine in mezzo al verde. Aggiunge la ricercatrice: «Accanto all’ impatto sociale va ricordato quello ambientale: il 90% dei terreni erano foreste o aree protette per la biodiversità. La coca causa deforestazione e degradazione del suolo».

Sono almeno 7 mila le famiglie che hanno lasciato la coca e adesso guadagnano dal cacao

Il Perù è il primo produttore di coca al mondo, davanti a Colombia e Bolivia. Se è vero che negli ultimi anni gli interventi dell’ esercito contro il narcotraffico hanno avuto più consenso dalla popolazione, l’ arma più efficace è stata un’ altra ricchezza dello Stato andino. Le fave del cacao.

Amora Carbajal Schumacher dell’ Ufficio per il Commercio estero dice: «Questa produzione è la fonte di reddito per oltre 37 mila famiglie, il Perù è il sesto produttore di cacao del Sudamerica e i terreni coltivati occupano 104 mila ettari».

Ogni anno aumentano, grazie ai progetti della commissione governativa Devida (Desarollo y vida sin drogas), che tentano di convincere i campesinos. Così sono almeno 7 mila le famiglie che hanno lasciato la coca e adesso guadagnano dal cacao: attuare politiche antidroga efficaci vuol dire offrire diverse fonti di reddito per chi abbandona i narcotrafficanti.

«La chiave è stata l’ alleanza con due aziende italiane che acquistano cacao».

Nella riconversione è stato decisivo il ruolo delle cooperative locali, produttrici del 27% del cacao peruviano. Gonzalo Rios è il direttore commerciale di Acopagro, la stessa che ha aiutato Jorge Laimito dopo l’ arresto del figlio. «Nel 1997», ha raccontato alla conferenza all’ Expo, «eravamo in 27 agricoltori, tutti della regione di San Martin dove da un decennio si coltivava coca».

Oggi sono diventati il settimo produttore peruviano di cacao, con 2 mila soci. «All’ inizio è stata dura: a differenza della coca, le fave del cioccolato iniziano a produrre dopo tre anni dalla piantumazione, prima non si guadagna nulla e il credito ha tassi alti. Poi c’ erano le minacce e le intimidazioni dei narcos, eppure abbiamo resistito». La crescita è stata possibile anche per i vantaggi dell’ unione: condivisione dei macchinari, microcredito, programmi sociali, premi per i bambini con buoni risultati scolastici e miglioramenti tecnologici.

«Nel nostro successo», continua Rios, «la chiave è stata l’ alleanza con due aziende italiane che acquistano cacao, lo trasformano in cioccolato e lo commercializzano all’ estero». Sono l’ Icam, storica azienda di Lecco, e la Otto Chocolates, giovane impresa genovese del consorzio Faitrade (commercio equo e solidale).

L’ Europa è infatti la destinazione principale del cacao peruviano, ben il 10% arriva in Italia. In particolare Acopagro, unendo buone pratiche agricole e profitto economico, produce cacao biologico, la cui richiesta è cresciuta dell’ 80% nel 2014.


«Per noi è un onore contribuire al successo di Acopagro e agli ideali a cui si ispira», dice il presidente di Icam Angelo Agostoni

Spiega Rios: «Icam e Otto Chocolates garantiscono prezzi equi e questo fa sì che il cacao renda ai nostri soci quanto guadagnerebbero con la coca».

Dal canto loro, le due aziende hanno fatto questa scelta etica senza rinunciare alla ricerca del profitto e del prodotto di qualità. Racconta Angelo Agostoni, presidente di Icam: «Siamo in Perù dal 2001 per seguire una necessità vitale per chi come noi lavora il cacao partendo dal frutto essiccato: diversificare i fornitori». La ditta lecchese compra metà della produzione di Acopagro, 3.500 tonnellate di cacao biologico.

«Abbiamo  condiviso il nostro know how», continua Agostoni, «con interventi di miglioramento delle piantagioni, delle fasi di raccolta, di fermentazione ed essicazione. All’ inizio dell’ anno garantiamo l’ acquisto in modo che la cooperativa lavori sul venduto e senza essere esposta alle fluttuazioni dei prezzi. Per noi è un onore contribuire al suo successo e agli ideali a cui si ispira».

Conclude Bruno Ottonello della Otto Choccolates: «È questo il modo con cui divulghiamo la cultura del buon cioccolato, sano, equo e a un prezzo sostenibile per tutti i consumatori».

Fave di cacao dopo l'essicazione.
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