Dall'India alla Cina, venti di odio sulla croce

Assalti a chiese e violenze sui fedeli: molti credenti ancora nel mirino di estremisti indù e dei regimi comunisti. Aperture dal nuovo corso in Indonesia.

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Da Islamabad

E' un calvario che conduce al martirio quello di molte comunità cristiane in Asia. Vissuto con fede, con speranza e con la certezza della resurrezione. L’ imminente viaggio di papa Francesco in Corea, previsto in agosto, rappresenta, dice l’ arcivescovo di Seul, «una visita all’ intera Asia» e sarà un forte incoraggiamento per i fedeli del continente.

Una cappa di odio e discriminazione opprime i cristiani in Pakistan, che si sentono insicuri e vulnerabili, soprattutto dopo tanti falsi casi di “blasfemia” registrati nei loro confronti. I recenti verdetti di condanna alla pena capitale (vedi box a pagina 33) decretano la morte della giustizia e dello Stato di diritto. Nessun colpevole, invece, per i terribili attacchi contro quartieri cristiani come la “Joseph colony” di Lahore. Segnali di speranza giungono dalla società civile: nel noto caso di Asia Bibi, donna condannata a morte per blasfemia, di cui è in corso il processo di appello a Lahore, avvocati musulmani affiancano i difensori cristiani, mentre una mobilitazione pubblica interreligiosa accompagna la vicenda di Asia. Con lei, chiedono giustizia le mille ragazze cristiane e indù ogni anno rapite, convertite e costrette a nozze islamiche, nel silenzio generale.

Poco oltre confine, nell’ India alle prese con le elezioni generali, gruppi fanatici indù, promotori di una ideologia di “purezza religiosa” non danno tregua alle comunità cristiane. Solo nel 2013 si sono censiti oltre 4 mila casi di violenza, incluso l’ omicidio di sette fedeli e attacchi a oltre cento chiese.
Evidenti falle nel sistema giuridico permettono la diffusione dell’ odio e l’ impunità dei colpevoli: assolti gli stupratori della suora cattolica Meena Barwa, abusata durante i massacri anticristiani in Orissa nel 2008, assolti due assassini del missionario australiano Graham Staines, bruciato vivo con due figli minorenni nel 1999.
E che dire dei monaci buddisti estremisti che seminano violenza e attaccano preti e chiese nella vicina, splendida isola di Sri Lanka, in nome di una ideologia nazionalista? Qui i seguaci di Cristo sono definiti "traditori". E il paradiso turistico delle Maldive si caratterizza sempre più come paradiso dell’ islam radicale, che impedisce perfino il possesso di una Bibbia.

Resta difficile, a volte, essere cristiani in Cina, dove le pressioni e la volontà di controllo del Governo sulle chiese creano casi come quello di Taddeo Ma Daqin, vescovo di Shanghai, costretto da mesi agli arresti domiciliari. Nei giorni scorsi migliaia di fedeli hanno circondato la loro chiesa nella città di Ou Bei, nella Cina sudorientale, per impedire che le autorità comuniste la demolissero: immagine pregnante della situazione. Anche il Sudest asiatico racconta le sofferenze dei cristiani: in Laos, nazione con un Governo comunista, zelanti funzionari civili scacciano dai villaggi quanti si convertono alla fede cristiana.
In Malaysia, Paese dove convivono etnie e religioni diverse, il Governo – fomentato da gruppi estremisti – ha avviato una curiosa battaglia linguistica negando ai cristiani il diritto di usare il termine “Allah” per invocare Dio, come fanno normalmente i fedeli di lingua araba in tutto il mondo. Note positive giungono invece dall’ Indonesia, il Paese musulmano più popoloso al mondo (250 milioni di abitanti in prevalenza islamici): la sconfitta dei partiti fautori dell’ islam politico alle recenti elezioni generali alimenta ottimismo e fiducia nelle minoranze cristiane.

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