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Da Macerata a Martina Franca i festival della buona musica

Ancora in corso la rassegna allo Sferisterio, mentre si è concluso quello della Valle d'Itria. Fa discutere Il Flauto Magico con la regia di Vick e incanta L'Elisir d'amore firmato da Michieletto. Successo per il "Rinaldo" in versione napoletana diretto da Fabio Luisi, "chicca" di una manifestazione sempre ricca di appuntamenti.


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Cinquantaquattro e quarantaquattro. Sono i numeri delle edizioni del Macerata Opera Festival e del Festival della Valle d’ Itria. Due storici eventi musicali dell’ estate italiana, che portano la grande musica in provincia. La provincia colta, quella delle Marche e della Puglia, che sa apprezzare il bello. Due eventi “glocal”, come si direbbe oggi, profondamente radicati nel territorio che li ospita, ma capaci di guardare oltre, offrendo proposte culturali di respiro internazionale, che attirano appassionati del teatro musicale dall’ Europa e non solo.

Due Festival che, in parte,  si sovrappongono nelle date, ma senza farsi concorrenza, offrendo anzi agli appassionati l’ occasione di scorribande lungo la dorsale adriatica, passando da Verdi e Mozart a Scarlatti e Haendel, con puntate mattutine nelle spiagge più invitanti della costa e gastrodivagazioni fra vincisgrassi e capocollo, i primi  annaffiati lassù dal Rosso Piceno e il secondo quaggiù dal Negramaro.

Cominciato il 20 luglio, il Macerata Opera Festival, da quest’ anno con la direzione artistica di Barbara Minghetti,  prosegue fino al 12 agosto. C’ è ancora tempo, quindi, per vedere e rivedere tre capolavori del teatro musicale firmati Mozart, Donizetti e Verdi. C’ era grande attesa per la nuova produzione de “Il Flauto magico” firmato dal regista Graham Vick e diretto sul podio da Daniel Cohen, eseguito nella versione italiana ritmica di Fedele D’ Amico.  Le  intenzioni di Vick, regista geniale e mai banale, qui non sono sempre facilmente comprensibili. Messo di fronte agli oltre 80 metri di palcoscenico dello  Sferisterio, Vick sembra quasi preso da un horror vacui e riempie la scena di gente e di simboli, mischia alcune comparse fra il pubblico (“una specie di coro greco”, spiega il regista), incarica Tamino di coinvolgere gli spettatori in un karaoke. Alla fine, come se non bastasse, ecco anche i fuochi artificiali. Un po’ troppo, forse, per un’ opera già complessa di suo, sempre in equilibrio, come scriveva Massimo Mila, tra due mondi, “quello comico-popolare e quello solenne, misteriosofico”. Pur con queste riserve, che hanno animato vivaci discussioni fra i critici e il pubblico, lo spettacolo è bellissimo e godibile, merito anche di un cast giovane in cui spiccano il Papageno di Guido Loconsolo e  il Tamino di Giovanni Sala.

Nessuna discussione, invece, sull’ Elisir d’ Amore diretto benissimo da Francesco Lanzillotta, con la regia di Damiano Michieletto e le scene preparate da Paolo Fantin. Michieletto ambienta la storia su una spiaggia  e ne esce uno spettacolo perfetto, pieno di trovate, allegro, divertente, che si vorrebbe rivedere all’ infinito (ripreso dalle telecamere di Rai5, lo si trova su Raiplay, l’ ultima replica allo Sferisterio è il 10 agosto). Strepitoso e irresistibile è il Dulcamara di Alex Esposito, tenero ed elegante il Nemorino di John Osborne (che alla “prima” ha bissato a furor di popolo “Una furtiva lagrima”), incantevole la Adina di Mariangela Sicilia, prestante il Belcore di Iurii Samoilov.

“La Traviata” era quella con la regia di Henning Brockhaus, nata proprio allo Sferisterio nel 1992. Spettacolo celebre perché un grande specchio largo 24 metri riflette dall’ alto quanto avviene sul palcoscenico creando effetti molto suggestivi. Peccato che poi in realtà non ci sia una vera regia  e i cantanti vengano un po’ abbandonati al loro destino. Comunque, nonostante i limiti della regia e della  direttora d’ orchestra americana Keri-Lynn Wilson, è stato un piacere  ascoltare ed applaudire la grande voce del bravissimo Luca Salsi (Germont padre).

Meritevole, da parte del Macerata Opera Festival, il progetto  “InclusivOpera”, con il quale l’ opera diventa accessibile anche a non vedenti e non udenti. Il progetto viene realizzato già da 10 anni e verrà riproposto anche l’ anno prossimo, quando allo Sferisterio andranno in scena Carmen, Macbeth e Rigoletto.

 

Ricchissima, come sempre l’ offerta del Festival della Valle d’ Itria, con tanta musica a tutte le ore, le opere  nel cortile di Palazzo Ducale e in masseria, i concerti nel chiostro di San Domenico e nelle chiese. Anche quest’ anno il presidente Franco Punzi, il direttore artistico Alberto Triola e il direttore musicale Fabio Luisi sono andati a pescare rarità e tesori dimenticati del repertorio operistico italiano. Nel Festival numero 44 la chicca è stato il “Rinaldo” di Haendel, sommo capolavoro,  proposto però nella versione con modifiche e aggiunte (tecnicamente si chiama “pasticcio”) di Leonardo Leo, andato in scena a Napoli esattamente tre secoli fa, nel 1718. La partitura è stata ricostruita grazie al paziente e appassionato lavoro del giovane musicologo Giovanni Andrea Sechi, il quale ha scoperto in questo “Rinaldo” napoletano l’ apporto di altri operisti insigni, fra i quali Antonio VIvaldi. I punti di forza dello spettacolo sono la direzione di Luisi, la consuetudine con il barocco (e come si sente!) degli specialisti dell’ orchestra zurighese “La Scintilla”, l’ interpretazione  convincente e le voci impeccabili di Teresa Iervolino (Rinaldo) e di Carmela Remigio (Armida), due artiste che è una gioia vedere ed ascoltare. Poteva osare molto di più la regia di Giorgio Sangati, che sceglie di vestire i cristiani da divi del pop rock (Rinaldo è Freddie Mercury) e i saraceni da cantanti dark-metal. Però i personaggi restano un po’ imprigionati nei loro costumi, l’ azione rimane statica soprattutto nel primo atto e solo nel terzo il pubblico si gode un po’ la meraviglia che dovrebbe suscitare il Barocco, in particolare nella sfida di bravura fra Rinaldo e la tromba. Molto bravi, negli intermezzi recitati, gli attori Valentina Cardinali e Simone Tangolo.

L’ altra  opera proposta nel cortile di Palazzo Ducale era “Giulietta e Romeo”, composta nel 1825 dal compositore marchigiano Nicola Vaccaj su libretto di Felice Romani. È un’ opera piena di bella musica e il maestro che l’ ha diretta, Sesto Quatrini, la considera “un capolavoro, assolutamente meritevole di entrare in repertorio”. Questo convincimento di Quatrini si traduce in una direzione appassionata, secondo il suo stile (Quatrini confida di respirare con i cantanti), che tiene perfettamente sotto controllo l’ Orchestra dell’ Accademia Teatro alla Scala e le voci di soliti e coristi, in uno spettacolo molto bello, con una regia movimentata ed elegante firmata da Cecilia Logorio. Giulietta era Leonor Bonilla, Romeo era Raffaella Lupinacci.

L’ opera rappresentata in masseria, pochi chilometri fuori da Martina Franca,  è stata “Il Trionfo dell’ onore” di Alessandro Scarlatti, andata in scena per la prima volta a Napoli nel 1718. La storia si ispira al mito di Don Giovanni, libertino e donnaiolo, che però in questo caso si ravvede ed evita  le fiamme dell’ inferno. L’ opera, ben diretta da Jacopo Raffaele,  è un gioiellino esaltato dalla fantasiosa regia curata da Eco di fondo (questi ragazzi ogni anno diventano sempre più bravi) e dal valore  degli interpreti, soprattutto il controtenore Raffaele Pe, sempre impeccabile nelle sue arie difficili.  Nel cast 5 voci provengono dall’ Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, fucina di nuovi talenti. Da ricordare, del Festival 2018 della Valle d’ Itria, anche il concerto di musica sacra nella Basilica di San Martino (Tre pezzi sacri di Giampaolo Testoni e una Messa breve del giovane Rossini), diretto da Ferdinando Sulla, e l’ emozionante recital pianistico notturno di Orazio Sciortino nel Chiostro di San Domenico.

Di fronte a un’ offerta così varia e di qualità, premiata da una folta presenza di pubblico, non si capisce perché  il prossimo anno il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) toglierà al Festival una quota di finanziamento. Ma Punzio e Triola non si scoraggiano, anzi il Festival della Valle d’ Itria esporterà i suoi spettacoli in Giappone grazie a un accordo con la Japan Opera Foundation.

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Carmela Remigio (a sinistra) e Teresa Iervolino nel Rinaldo andato in scena a Martina Franca.
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