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Medio Oriente, il futuro dei cristiani

Cittadini di seconda classe nel mare islamico o protagonisti del futuro dei loro Paesi? Tra Primavera araba e integralismo, il futuro dei cristiani in Medio Oriente.


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Cittadini di seconda classe, relegati ai margini, costretti a emigrare, a lasciare il Paese dove sono nati e dove avrebbero tutti i diritti di continuare a vivere: è la situazione dei cristiani del Medio Oriente, minoranze spesso inascoltate e discriminate. I numeri, del resto, danno un'idea del dramma: «Fino al 1948 rappresentavano il 20% della popolazione mediorientale. Oggi sono appena il 6%, e questo dato è destinato a diminuire ancora». A ricordarlo è Manuela Borraccino, giornalista che ha seguito a lungo le vicende del mondo arabo, autrice del libro 2011. L'anno che ha sconvolto il Medio Oriente (con un saggio introduttivo di padre Samir Khalil Samir, Terrasanta edizioni), che ripercorre la Primavera araba anche dal punto di vista dei cristiani, con una serie di interviste a esponenti del cristianesimo nel mondo mediorientale, come il patriarca di Antiochia dei Siri Ignace Youssif III Younan e il patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini Michel Sabbah.
   
«In Siria», spiega la Borraccino, «fra i cristiani si sono formate tre grandi linee di pensiero: le gerarchie sostengono in gran parte il regime di Assad perché questo ha garantito un certa libertà, anche maggiore rispetto a quella dei copti in Egitto: questi ultimi infatti sono esclusi da certe professioni. In Siria i cristiani godono di maggiori diritti. Un secondo gruppo di cristiani si è invece unito alle manifestazioni che chiedevano diritti civili e democrazia. C’ è poi un terzo gruppo, la vasta maggioranza che resta silenziosa, che non ha paura del cambiamento ma non si espone in attesa degli eventi. In questi mesi, poi, la situazione generale si è molto deteriorata e la risoluzione richiederà molto tempo».  

A complicare le cose c’ è poi il fatto che, come spiega l'autrice, il presidente Bashar al-Assad non è libero di dimettersi e fuggire: «Il sistema di alleanze e di parentele è talmente stretto che se lui abbandonasse il Paese con la sua famiglia, anche tutti i gerarchi con cui ha condiviso il potere sarebbero eliminati. Il regime, d’ altro canto, è irriformabile e in assenza di un intervento esterno il cambiamento sarà estremamente difficile e sanguinario».

I cristiani di Siria, comunque, assicurano che a loro non accadrà ciò che è avvenuto in Irak: «In Siria c’ è una tradizione secolare di convivenza tra religioni che eviterà un massacro come quello avvenuto dopo la caduta di Saddam Hussein. Il grande nodo del Medio Oriente resta la questione israelo-palestinese, rimasta un po' nell’ ombra nel corso degli eventi del 2011: di fatto questo conflitto viene considerato la madre di tutte le guerre, il primo fattore di destabilizzazione permanente da risolvere, come aveva richiesto, fra le altre cose, anche il Sinodo per il Medio Oriente del 2010».

Ma cosa succederebbe in Medio Oriente senza i cristiani? «La loro presenza nella regione mediorientale è fondamentale per l’ educazione al pluralismo e al rispetto delle minoranze», risponde la Borraccino, «nel corso dei secoli i cristiani hanno dato a questi Paesi un contributo formidabile alla cultura e al progresso. Senza di loro i popoli mediorientali diventerebbero ancora più integralisti e soggetti all’ islamizzazione della società, che è diventata sempre più pervasiva dagli anni '70 ad oggi. Il sogno dei cristiani è di riuscire a costruire insieme ai musulmani uno Stato civile democratico, rispettoso delle religioni, ma non sottomesso a esse. Uno Stato basato sui diritti umani e sulla cittadinanza, nel quale tutti i cittadini sono uguali indipendentemente dalla religione».


Giulia Cerqueti

«Non possiamo pensare di essere sotto i bombardamenti, ma nemmeno possiamo dirci che tutto va bene»: così padre Giambattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, durante il seminario Cristiani nel mondo arabo: un anno dalla primavera araba, organizzato dalla Comece (Conferenza degli Episcopati della Comunità Europea), insieme ai Gruppi europarlamentari conservatore e riformista (ECR) e dei Popolari europei (EPP).

In realtà, i cristiani un po' sotto le bombe lo sono, visto che – secondo alcune stime - almeno 200 milioni nel mondo subiscono un qualche tipo di persecuzione. I cristiani sono vittime del 75% delle violenze antireligiose; i martiri sono calcolati in 105 mila l'anno, uno ogni 5 minuti. E non ci sono solo i massacri, ma anche l'impossibilità di esercitare liberamente il culto, gli arresti, il divieto di indossare segni della propria fede, la messa all'indice dei testi sacri, la confisca dei beni. In molti Paesi, soprattutto nel vicino Oriente e nel Nord Africa, i cristiani sono minoranza (in Terra Santa, per esempio, rappresentano l'1,5% della popolazione) e hanno vita dura. Basta qualche voce di conversione al cristianesimo (sempre vista come il frutto di un proselitismo interessato), per dar fuoco alle polveri.

Ed è... boom. Boom in Nigeria e Kenya: 21 morti a fine aprile 2012, per gli attacchi terroristici a due chiese, mentre la gente era riunita per partecipare alla messa. Boom ad Alessandria d'Egitto, a capodanno 2011: 21 morti e 8 feriti per l'esplosione di una bomba davanti a una chiesa copta. Boom in Iraq, 2.000 morti dalla caduta di Saddam nel 2003, tra cui 6 preti e un vescovo, e oltre 30 chiese colpite. Boom ad agosto 2008, nello Stato dell'Orissa, nell'India orientale: oltre 100 morti, più di 600 chiese distrutte, 4.000 persone costrette a fuggire dai loro villaggi. Un lungo bagno di sangue, con spesso l'impossibilità di risalire ai colpevoli. «Ci chiedono perché non abbiamo una milizia – mi disse una volta, sorridendo, monsignor Louis Sako, vescovo di Kirkuk, 250 chilometri a nord di Baghdad, in Iraq -. Perché non va con la natura del cristiano. A degli amici arabi che mi hanno regalato una spada, ho detto che per noi l'unica spada è il perdono».  

Tutti concordi a Bruxelles, sul fatto che oggi è il tempo del dialogo. «L'unico strumento per risolvere i problemi, che ci sono, non vanno nascosti, ma attenzione, bisogna evitare il panico e le polarizzazioni», ribadisce padre Pizzaballa, che vive a Gerusalemme da vent'anni e ha grande conoscenza di tutta l'area: «Ci sono problemi con i salafiti, ma ci sono anche religiosi musulmani con i quali è un piacere dialogare. Questo dialogo non può riguardare la fede, ma la vita concreta delle comunità: la piena cittadinanza, la giustizia, i diritti dei lavoratori, le libertà. Non un dialogo tra religioni, ma tra credenti. Questo dialogo, mano a mano, plasmerà le mentalità».

«Non c'è possibilità di sviluppo senza il rispetto della dignità, della democrazia, della libertà. L'aspetto religioso, animato dal dialogo, può favorire la soluzione dei problemi», dice monsignor Youssef Soueif, vescovo maronita di Cipro, che dice anche: «Il cristiano, che è figlio di questa terra, non può fare a meno di essere all'interno della comunità, e di continuare a contribuire».   Aveva fatto ben sperare la Primavera araba, poiché musulmani e cristiani avevano manifestato insieme. «La disperazione è stata più grande della paura di essere arrestati e torturati. Sono scesi in piazza uniti nelle loro rivendicazioni di una politica più giusta per l'uomo», sostiene Berthold Pelster, di Aiuto alla chiesa che soffre: «In Egitto, il 47% dei cittadini vive al di sotto della soglia di povertà. La disoccupazione tra i giovani è elevatissima. Chi non ha un lavoro, non ha un reddito, in una società in cui è normale a vent'anni formarsi una famiglia. La gente ha chiesto il diritto alla democrazia, a condizioni di vita giuste. Ma questa immagine di armonia è andata subito in crisi, dopo la caduta di Mubarak. Al Cairo sono state fatte saltare delle chiese. I molti giovani che avevano partecipato alle manifestazioni, non sono stati capaci di proporre una leadership, e le elezioni sono state vinte dai partiti islamisti, che vogliono introdurre la sharia».

Tra i Paesi che destano maggiore preoccupazione spicca il regno saudita, dove vive un milione di cristiani, il 4% della popolazione – prevalentemente stranieri -, ma è proibito mostrare oggetti devozionali e celebrare funzioni religiose. «Qualche settimana fa», riprende Pelster, «il gran mufti ha persino chiesto che fosse vietato costruire chiese in tutta la Penisola arabica e che quelle esistenti fossero abbattute. In Siria, gli scontri sono diventati una vera e propria guerra civile che ha mietuto migliaia di vittime. Questo potrebbe portare alla caccia ai cristiani, ponendo fine a una lunga tradizione di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani».

«I cristiani continuano a essere perseguitati. Ecco perché abbiamo inteso portare il problema qui a Bruxelles, perché se l'Ue vuole restare credibile sul tema dei diritti umani, non può prescindere dalla tutela della libertà religiosa», va dritto al sodo, Konrad Szymanski, dell'Ecr Group. «Il problema», secondo Mario Mauro, presidente dei deputati del Popolo della libertà al Parlamento europeo e già rappresentante Osce con l'incarico di monitorare la persecuzione dei cristiani nel mondo, «è che si fa fatica a sfatare il pregiudizio secondo il quale la presenza dei cristiani nei Paesi arabi è il riflesso della presenza dei colonialisti. Questo pregiudizio ha tenuto in ostaggio l'Ue, perché c'era la paura che difendere i cristiani nel mondo arabo, volesse dire rilanciare un progetto egemonico nei confronti di questi Paesi».

«Con la Primavera araba, in Paesi rimasti immobili per quarant'anni, è iniziato un cambiamento epocale», aggiunge padre Pizzaballa: «Subito ci sono stati, da una parte, reazioni entusiastiche, dall'altra, timori in merito a quello che sarebbe successo in seguito. Non possiamo aspettarci che improvvisamente ci sia una trasformazione completa, positiva. Ogni cambiamento deve avvenire lentamente, anche nel mondo arabo. E ogni Paese ha una sua dinamica: quello che succede in Egitto non ha nulla a che vedere con quello che succede in Libia, o in Siria». 

Purché «l'obiettivo sia il rispetto di tutti i cittadini e la creazione di organismi politici capaci di garantire i valori democratici e di difendere il dialogo con le minoranze etniche e religiose», conclude Joe Vella Gauci, della Comece.

Romina Gobbo 

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