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Che cosa resta della riforma di Lutero

Cesare Lievi in "Il giorno di Dio", al teatro Argentina di Roma dal 12 gennaio, indaga sull'eredità spirituale e culturale che la rivoluzione ha lasciato. Nelle nostre coscienza, anzitutto: «Gli interrogativi e le risposte date su Dio, la fede, la grazia, i sacramenti, la salvezza (temi che alla nostra mentalità laica e secolarizzata appaiono inattuali se non astrusi) ci riguardano ancora?».


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A cinquecento anni dalla Riforma Cesare Lievi incontra Martin Lutero portando in scena Il giorno di Dio. Con un cast di 4 interpreti tedeschi e 4 italiani arriva dal 12 al 21 gennaio sul palcoscenico del Teatro Argentina di Roma per riflettere sulle conseguenze della “riforma” e su temi attualissimi come teologia e libertà, fede e fanatismo, autorità e coscienza.

«Non si saprà mai se il 31 ottobre 1517 Lutero conficcò veramente sulla porta della Chiesa del Castello di Wittenberg le sue 95 tesi contro la pratica delle indulgenze – racconta il regista Cesare Lievi, anche autore del testo – resta il fatto che quel giorno l’ allora poco più che trentenne Martin Luther stava cambiando non solo la sua ma la vita di tutti noi. Ma oggi cosa rimane nella nostra vita quotidiana, pubblica o privata, di un evento storico che segnò così profondamente l’ Europa? In che modo questi testi hanno tracciato il nostro modo di pensare e vivere l’ esistenza?».

Cesare Lievi intesse dodici frammenti scenici alla ricerca dell’ eredità rimasta dalla pubblicazione delle “95 tesi” contro le indulgenze papali di Martin Lutero. E lo fa interrogandosi su ciò che resta di quella vicenda storica umana e religiosa nelle nostre coscienze di uomini contemporanei: «un ripensamento (in dodici frammenti), svolto a partire dal nostro presente, di ciò che è accaduto cinquecento anni fa, alla ricerca di ciò che è rimasto nelle nostre coscienze, nel nostro modo di affrontare l’ esistenza, nella nostra vita quotidiana. Se vi è rimasto qualcosa, perché potrebbe essere che il tempo abbia cancellato tutto, e di ciò che è accaduto non siano sopravvissuti che dati, fatti custoditi nei libri di storia, cose che non ci riguardano, non ci toccano più».

Dodici frammenti scenici. Dodici tentativi per un lavoro teatrale su Martin Lutero, dove il discorso sulla rappresentazione si affianca a quello sulla perdita della memoria storica: «il teatro risveglia ricordi, anche quelli morti, e noi l’ abbiamo fatto con Lutero. Ricordi morti. Per l’ appunto, non c’ è peggior cosa d’ un ricordo morto. Dice un personaggio del nostro spettacolo. E penso abbia ragione. Un ricordo che non parla è qualcosa di mostruoso: sta lì, di fronte a noi, ma non lo capiamo, non riusciamo a decifrarlo. Eppure agisce, ci turba, ci crea angoscia, perché in fondo se è lì come ricordo, la sua morte non può che essere apparente». Riflessioni e domande, a cui i dodici frammenti, lontani dal tentativo di formulare una risposta, si rapportano, giocano, interagiscono tra di loro alla ricerca di una illuminazione che a sua volta rimanda ad altre domande e dubbi: «Gli interrogativi e le risposte date su Dio, la fede, la grazia, i sacramenti, la salvezza (temi che alla nostra mentalità laica e secolarizzata appaiono inattuali se non astrusi) ci riguardano ancora? È ancora possibile un rapporto tra parola e verità? La fede (magari in un Dio unico) porta necessariamente all’ intolleranza e al fanatismo? E quelle parole pronunciate davanti all’ imperatore e al legato pontificio – le maggiori autorità del tempo – “Questa è la mia posizione, non posso smentirla”, che significano, che valore hanno nel nostro tempo?».

Un cast metà italiano e metà tedesco – Hendrik Arnst, Valentina Bartolo, Bea Brocks, Paolo Garghentino, Irene Kugler, Gregor Kohlhofer, Graziano Piazza, Alvia Reale – porta in vita i dodici frammenti raccontando in due lingue diverse la sua storia e contemporaneamente mostrano scene e immagini il cui motore è lo stesso che ha determinato e dominato la sua esistenza, motivi che ci appartengono e ci attraversano nonostante la società sia completamente mutata: «Dio, il padre, e l’ uomo, il figlio; l’ anelito dei vivi verso l’ alto e il loro inesorabile cadere; la parola di Dio e la sua interpretazione; l’ autorità e la coscienza; la libertà e l’ intolleranza; la tolleranza e la necessità di ordine; il fanatismo e le guerre condotte in nome di questo fanatismo; l'importanza della parola scritta e la sua decadenza; la forza delle immagini e il loro pericolo...». 

Lo spettacolo si inserisce nel percorso di Stagione Trittico delle religioni, un affondo nel complesso rapporto tra le fedi religiose e il mondo odierno, con uno sguardo alle radici della nostra civiltà, che al Teatro India si completa con Disgraced diretto da Jacopo Gassmann, moderna tragedia sul rapporto tra società occidentale e religioni che si consuma durante una cena tra vecchi amici (6 marzo).

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