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"Continuerò a salvare vite umane. Come ho sempre fatto in questi anni"

Il prete, di origne eritrea, è sotto attacco. Perché? Il suo "reato" è aiutare i profughi comunicando alle autorità dove si trovano. Colpevole, cioè, di quella nuova fattispecie giuridica che si sta pericolosamente affermando: il “reato umanitario”. «Questo clima», dice, «serve a non parlare dei veri problemi. I trafficanti esistono perché non ci sono alternative legali. Se si vuole combattere il traffico di esseri umani, occorre rendere possibili delle vie sicure di ingresso in Europa».


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Don Mussie Zerai è sotto accusa per gli stessi motivi per cui nel 2015 era stato candidato al Premio Nobel per la pace e inserito da Time tra le 100 personalità più influenti del 2016. Ad oggi, è l’ unico indagato nell’ inchiesta della Procura di Trapani sulle Ong del mare. Tecnicamente l’ accusa è di aver favorito l’ immigrazione clandestina. Praticamente è di non aver lasciato morire in mare chi chiamava il suo cellulare per chiedere aiuto. Ci risponde da Roma, appena rientrato dall’ Etiopia per chiarire la sua posizione: «So soltanto che il magistrato ha chiesto una proroga per le indagini iniziate otto mesi fa». L’ avviso di garanzia è arrivato solo l’ 8 agosto, il giorno dopo una campagna denigratoria del Giornale.

Si parla del suo nome in “chat segrete”, per coordinare i salvataggi, tra i responsabili delle diverse Ong impegnate nel Mediterraneo. «Non faccio parte di nessuna chat», dice il sacerdote cattolico, ma quando ricevo un SOS, a qualunque ora del giorno e della notte, chiamo immediatamente la Guardia Costiera italiana e quella maltese; subito dopo, su loro richiesta, scrivo un’ email dando tutte le informazioni di cui sono in possesso. In copia metto l’ Unhcr (l’ Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e quattro delle associazioni attive nel Canale di Sicilia: Moas, Medici Senza Frontiere, Sea Watch e Watch the Med». Tra di loro non c’ è l’ Ong tedesca Jugen Rettet, di cui la Procura di Trapani ha sequestrato la nave Juventa. Don Mussie non sa se la sua email «venga poi girata a chat di coordinamento tra i gruppi»; in ogni caso le sue comunicazioni non sono segrete, ma comunicate in primis a un corpo di polizia italiano.

È dal 2003 che il sacerdote – a sua volta arrivato in Italia dall’ Eritrea nel 1992 all’ età di 16 anni – riceve chiamate di aiuti da profughi del Corno d’ Africa; dal 2006 ha fondato l’ Ong Habeshia, di cui è presidente. Vive tra Roma e la Svizzera e, come titola un libro pubblicato quest’ anno con Giuseppe Carrisi, «nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ ultima speranza». Famiglia Cristiana, media nazionali e internazionali lo hanno raccontato più volte (altro che segreto…): è scritto a penna sulle magliette, inciso nell’ interno delle stive, sussurrato di bocca in bocca, spedito via sms da un continente all’ altro. È l’ appiglio estremo per i molti che affrontano “il” viaggio. Dalle carrette del mare, dai container arroventati nel cuore del Sahara, dai lager libici, dalle carceri egiziane o dai campi profughi del Sudan, i profughi chiamano e don Zerai risponde. Lo raggiungono con tutti i mezzi: chiamate, sms, Skype, Facebook. Quando ci fu la cacciata di Ghedaffi in Libia nel 2011, le radio nelle lingue del Corno d’ Africa diffusero il suo numero e un giornalista del New Yorker lo trovò inciso nelle celle delle prigioni in cui i migranti venivano torturati. «Mi chiamava gente allo stremo», dice. «Cercavo di consolarli e attivare soluzioni. Tutto ciò fa parte pienamente della mia vita sacerdotale».

Alcune di queste chiamate – in calo nel 2017 – arrivano dai barconi. «Ricevo SOS come “veniteci a prendere, stiamo per affondare”, e questo alle volte permette di localizzare le carrette del mare prima che vengano sommerse dalle acque. Quando rispondo, chiedo quante persone sono trasportate, le condizioni di salute. Se ci sono bambini, malati o situazioni particolari. Poi mi faccio comunicare la posizione esatta». In sottofondo, «talvolta urla strazianti e pianti a dirotto». In parallelo, don Mussie ha sempre denunciato la crudeltà dei trafficanti, dal Sinai al Mediterraneo, passando per la Libia.

Insomma, oggi don Zerai è sotto attacco perché fa quel che ha sempre fatto: aiuta i profughi comunicando alle autorità dove si trovano. Colpevole di quella nuova fattispecie giuridica che si sta pericolosamente affermando: il “reato umanitario”. Giustamente nota il sacerdote: «Questo clima serve a non parlare dei veri problemi. Come mai in così tanti fuggono dall’ Eritrea? Perché vi è una dittatura feroce che gode di troppa tolleranza». Ma soprattutto: «I trafficanti esistono perché non ci sono alternative legali. Se si vuole combattere il traffico di esseri umani, occorre rendere possibili delle vie di ingresso in Europa. Sulla carta ci sarebbero gli strumenti legali, dai corridoi umanitari ai decreti flussi, dai reinsediamenti ai ricongiungimenti familiari, ma l’ Europa ha scelto di non attuarli».

A fine intervista chiedo a don Mussie cosa farebbe se questa sera ricevesse un appello di aiuto. «Quello che ho sempre fatto, informerei subito la Guardia Costiera fornendo più informazioni possibili per salvare vite umane». Ad oggi, nel solo 2017, sono 2.420 secondo l’ Unhcr i morti accertati nel Mediterraneo: quel numero è tristemente destinato ad aumentare, ma crescerà un po’ di meno grazie alla scelta di don Mussie Zerai di rispondere alle prossime richieste d’ aiuto.

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