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Cristina Comencini: scalando sé stessi

La regista Cristina Comencini presenta la sua piccola grande storia d’ amore che ha come sfondo il Monte Rosa. Tra arrampicate impervie sulle cime dei monti e i recessi dell'anima.


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Anacronistico girare una storia d’ amore nel momento in cui sul grande schermo imperversano avventure, violenze, sesso ed effetti speciali in 3D. Non meno ardito, portare la pellicola in concorso alla 68ª Mostra del cinema di Venezia sfidando star a stelle e strisce come George Clooney e William Friedkin, maestri della cinepresa come Roman Polanski e David Cronenberg più il solito manipolo di cineasti asiatici sempre molto amati (e spesso premiati) sulla Laguna.

Eppure, è ciò che ha fatto Cristina Comencini con «Quando la notte», film ispirato al suo omonimo romanzo centrato solo su un uomo, una donna e un bambino
. «La realtà è che sono felice di essere nuovamente a Venezia», dice sorridendo la regista. «È vero, gareggiare ti mette addosso un po’ di paura perché quando giri un film non ti rendi ben conto di come sia il tuo lavoro e attendi con ansia le prime reazioni del pubblico, le recensioni dei critici. A me poi interessa ogni giudizio, magari anche superficiale, perché qualsiasi cosa serve per capire».


Il festival resta, comunque, un ottimo trampolino di lancio per le sale...
«Questo sarebbe vero se il film uscisse subito, invece arriverà nei cinema soltanto il 21 ottobre. A suscitare l’ attenzione dei media credo poi che sarebbero bastati i nomi dei protagonisti, Filippo Timi e Claudia Pandolfi, due dei nostri migliori giovani attori. Ce ne sono tanti oggi in Italia, ci tengo a dirlo. Proprio come Thomas Trabacchi e Michela Cescon, che nel film impersonano due personaggi di supporto ma comunque essenziali. No, mi piace essere a Venezia al di là di qualsiasi calcolo. Sono riconoscente alla Mostra».

Si riferisce alla bella accoglienza riservata cinque anni fa a La bestia nel cuore?
«Film a cui tengo, tratto da un altro mio romanzo, non facile essendo sul tema dell’ incesto. Giovanna Mezzogiorno vinse la Coppa Volpi come migliore attrice e fu l’ inizio di un cammino fortunato, culminato nella candidatura all’ Oscar per il miglior film straniero. Chissà che la Mostra non porti fortuna anche a questa piccola, grande storia d’ amore».

Fondamentale più che mai la bravura dei protagonisti. Come è arrivata a sceglierli?
«Con un’ infinità di provini. Manfred è una guida alpina, un uomo solitario, chiuso nelle sue lacerazioni: aspro, sprezzante. Filippo Timi si è subito imposto in quel ruolo. Lo avevo visto in Vincere! di Bellocchio e mi era piaciuto per la fisicità e le fragilità. Marina è una donna fantasiosa, giocosa, ma di fatto impreparata alla maternità anche se ce la mette tutta. La Pandolfi nella vita è una madre fantastica ma con quel tocco di irregolarità, di imprevedibilità. Col suo bambino si comporta proprio come nel film. Ho preso due grandi attori, con un’ intesa istintiva tra loro: insieme hanno fatto un provino straordinario».


L’ alchimia si coglie subito sullo schermo. Marina incontra Manfred perché il pediatra le suggerisce di portare il figlio, insonne, in montagna e lei affitta per un mese l’ appartamento al primo piano della baita dove lui vive. Passeggiate, sempre più impervie, in alta montagna (siamo sul Monte Rosa). Silenzi.

Sguardi che s’ incrociano. Parole mai buttate al vento. Atteggiamenti che evolvono. Finché un episodio farà comprendere a Manfred la verità inconfessabile che lei ha nascosto a tutti. E a Marina il motivo profondo che spinge lui a odiare le donne. L’ intenso rapporto durerà però un mese. Le strade torneranno a separarsi, anche se le loro vite non saranno più uguali. Si ritroveranno dopo quindici anni, con tutto ciò che era rimasto in sospeso.

«È la mia prima vera storia d’ amore», sottolinea la Comencini. «E il terzo protagonista è la montagna con il silenzio che racchiude ed esalta le emozioni, i pensieri. Non si girano molti film in altitudine. Da Macugnaga, a volte abbiamo dovuto prendere l’ elicottero per raggiungere luoghi spettacolari e impervi».


Uno dei temi del film è la maternità. O, meglio, il lato oscuro dell’ essere madre...

«Ci son cose della maternità che non si confessano. Ma al di là della visione edulcorata che siamo abituati a dare, sta di fatto che madri non si nasce ma si diventa. Per una donna si tratta di una crescita difficile che, spesso, vuol dire anche saper rinunciare».

Altro tema forte è la presenza dell’ uomo...
«Elemento indispensabile. Si parla sempre della maternità come se l’ uomo non ci fosse dentro a questo miracolo. Invece, da un punto di vista simbolico, il bambino è frutto di un’ unione, dell’ amore e del reciproco desiderio tra due esseri. La mia è una storia di sentimenti ancestrali tra bimbo, uomo e donna».

Il film suggerisce altre suggestioni. Il rifugio alpino come stalla? I tre personaggi come la Sacra Famiglia? È il suo presepe laico?
«Non osavo pronunciare queste parole con Famiglia Cristiana, ma mi fa piacere che lo dica lei. La famiglia è quella che si costruisce sull’ amore e non, necessariamente, sui legami di sangue. Per chi crede, Gesù è figlio di Dio per intercessione dello Spirito Santo. E a Giuseppe basta sapere questo per amare quel bambino come figlio suo. E per amare Maria. È ora di riportare la figura di Giuseppe al centro del presepe. E credo proprio che sia ora di farlo anche nella vita reale».


FIGLIA D’ ARTE, SÌ, MA NON SOLO

Qualcuno sostiene che era scritto che finisse dietro la cinepresa, dato che è figlia del grande Luigi Comencini (Pane amore e fantasia, Tutti a casa, Pinocchio) e che le sorelle lavorano tutte nel cinema: Francesca è anche lei regista, Paola scenografa ed Eleonora fa il direttore di produzione. Ma Cristina Comencini è prima di tutto scrittrice: «Non potrei mai rinunciare alla scrittura», afferma con forza, «anche se poi mi viene naturale raccontare per immagini».

Il primo film, Zoo, risale al 1988. Il suo primo successo vero è di otto anni dopo: Va’ dove ti porta il cuore, ricavato dal best seller di Susanna Tamaro. Da allora cuore, amore, sentimenti e tormenti familiari sono sempre più scrutati dal suo obiettivo. Storie magari aspre ma con un anelito di speranza: Il più bel giorno della mia vita, La bestia nel cuore, Bianco e nero.

Quando la notte
è il suo decimo film a cui, questa elegante signora di 55 anni, può aggiungere 8 libri di successo, 3 figli e 5 nipoti. Non paga, con tante altre esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo ha promosso l’ iniziativa “Se non ora quando”: «Noi donne dobbiamo farci sempre più partecipi della società», dice. «Solo così potremo migliorarla».

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La regista Cristina Comencini spiega una scena alla Pandolfi e a Timi.
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