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«Come riuscii a far venire a galla il naufragio dei misteri»

Parla il giornalista Giovanni Maria Bellu, autore del libro inchiesta "I fantasmi di Portopalo", da cui è stata tratta la fiction che stasera torna in Tv, dopo il largo successo della prima puntata ieri sera su RaiUno. E sul numero di Famiglia Cristiana in edicola trovate l'intervista al protagonista, Beppe Fiorello.


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La fiction  I fantasmi di Portopalo in onda stasera su Rai Uno nasce dal lavoro di inchiesta di un giornalista, Giuseppe Maria Bellu, 60 anni, di origine sarde (attualmente direttore del  settimanale Left e presidente nazionale dell'Associazione Carta di Roma)  che scrisse il libro omonimo I fantasmi di Portopalo (Mondadori) nel 2004. Lo abbiamo sentito per ricostruire con lui l’ origine di questa drammatica vicenda.  
«Era il 2001 e io lavoravo come inviato al quotidiano La Repubblica, mi occupavo di quelli che vengono definiti i misteri d’ Italia, Gladio, le stragi impunite, Ilaria Alpi… Fui contattato da una collega del settore spettacoli, Loretta Bentivoglio, che era stata a sua volta avvicinata da un signore  che aveva un amico a Portopalo, un pescatore, Salvo Lupo.  Aveva una storia da raccontare e cercava un giornalista di Repubblica. L’ allora vicedirettore Giuseppe d’ Avanzo ritenne che io fossi la persona giusta per occuparmene . Mi fu riferito che durante una pesca a strascico la rete nel mare davanti a Portopalo si era incagliata in un ostacolo non segnalato  sulle carte nautiche. Erano rimasti impigliati un paio di jeans da cui era venuto fuori un tesserino di riconoscimento plastificato, che veniva associato a un naufragio di cinque anni prima.  Anche perché, ricordava la mia fonte, all’ epoca  i pescatori avevano ributtato in mare dei cadaveri.  Presi la cartella del naufragio dall’ archivio del giornale e venni a sapere  che il naufragio aveva avuto circa 100 testimoni». 
Che cosa era successo? All’ epoca c’ erano grandi navi che raccoglievano i migranti in vari punti del Mediterraneo, per trasportarli fino sulle coste maltesi, da dove si imbarcavano su navi più piccole per raggiungere le coste italiane.  In quell’ occasione c’ era una la nave che vagava da settimane e gli uomini a bordo erano esasperati. Quando, era la notte di Natale  del 1996, finalmente fu possibile fare il trasbordo su un vecchio ferry boat della II guerra mondiale salirono in tanti, troppi. Ci fu poi una collisione tra la grande nave e quella più piccola, che riportò una falla di cui si accorse solo dopo aver iniziato la navigazione. Fu chiamata in soccorso la nave più grande, ma nella manovra di avvicinamento ci fu un’ altra collisione che mandò definitivamente a picco il ferry boat sotto gli occhi impotenti di un centinaio di migranti che non erano riusciti a salire. Solo una trentina riuscì a mettersi in salvo e a risalire sulla grande nave. Gli altri, almeno 283, morirono tutti affogati. A quel punto la nave arrivò sulle coste del Peloponneso, dove sbarcò i superstiti che vagarono confusi fino a quando non furono arrestati. Raccontarono tutti la stessa storia, che venne diffusa dai giornali locali greci, fu rilanciate dalle agenzie internazionali e arrivò in Italia circa dieci giorni dopo, il 5 gennaio.  Le autorità italiane furono molto scettiche riguardo alla notizie: credevano che i testimoni volessero solo impietosire le forze dell’ ordine con quel tragico racconto, e poi se fosse avvenuto il davvero il naufragio in quel tratto di mare così pieno di pescherecci si sarebbero trovati dei corpi. 
«Una volta arrivato a Portopalo», continua Giuseppe Maria Bellu, «mi feci tradurre il tesserino e contattai la comunità tamil di Palermo che verificare se qualcuno conoscesse l’ uomo a cui apparteneva. Si fece avanti una persona: “Quel tesserino era di mio nipote, lo aspettavamo per il Natale del 1996”, disse. Mi misi a parlare  con tutti gli abitanti di Portopalo, il vicesindaco, il parroco, i pescatori. Non volevo esporre Salvo Lupo, e quindi raccontai che ero un giornalista che si occupava di turismo e che intendeva valorizzare le bellezze del luogo. Mentre parlavo con loro infilavo lì come per caso una frase, in cui davo per scontato che qualche anno prima avessero trovato dei corpi ma che li avessero ributtati in mare per evitare guai con il permesso di pesca. Tutti mi hanno confermato quella storia. A quel punto ero pronto per far uscire l’ articolo. Ebbe molto scalpore e iniziò un autentico linciaggio morale contro Salvo Lupo. I pescatori, poi, negarono tutto quello  che mi avevamo detto.  Il passaggio successivo era individuare il relitto. Sapevamo più o meno dove fosse, abbiamo contattato una cooperativa di Vibo Valentia che faceva ricerche oceanografiche, Salvo Lupo ci ha messo a disposizione il suo peschereccio e in due giorni abbiamo scandagliato il mare con un robot detto Rov. E abbiamo filmato il relitto»
 

Scoppiò un caso internazionale, ne parlarono al Parlamento europeo e ci fu una petizione dei premi Nobel (Dulbecco, Fo, Montalcini), affinché fossero recuperati i corpi e il relitto, anche se ciò poi non accadde. Passarono tre anni e Bellu scrisse il suo libro in prima persona. Ebbe una buona diffusione (20.000 copie vendute) e da esso furono tratte due opere teatrali, una La nave fantasma scritta dallo stesso Bellu con Bebo Storti e Renato Sarti. L’ altra Nomi su tombe senza corpi diretta da Giorgio Barberio Corsetti. Fu girato anche un documentario da un'emittente televisiva americana.

E infine la fiction.« Beppe Fiorello lesse il libro quando uscì», spiega Bellu, «ed ebbe subito l’ idea di farne un film. Non ha mai mollato la presa con una determinazione e una motivazione civile incredibili. Sono molto contento in particolare per Salvo Lupo, che ne ha passate di tutti i colori, ha dovuto cambiare lavoro ed era con noi quando abbiamo presentato la fiction alla presidente della Camera Laura Boldrini». 

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