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Sono invisibili solo perché nessuno vuole vedere. Ma sono sempre di più

Perdita del lavoro e rottura dei legami familiari: sono queste le cause principali che spingono in strada un numero crescente di persone. Una situazione sempre più drammatica


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Invisibili, ma solo finché nessuno li vuole vedere. Secondo l'Istat, in Italia vivono più di 50.000 persone senza fissa dimora. Il 58% sono stranieri, l'85% sono uomini, il 76% vivono soli. La maggior parte di loro (56%) si concentra nelle regioni del Nord. L'età media è di 44 anni. Tra le  “vite scartate” ci sono anche tante persone istruite: il 33% ha, come minimo, un diploma di scuola superiore. L'ultima rilevazione si riferisce al 2014. Rispetto alle stime degli anni precedenti, colpisce l'aumento dei casi di povertà cronica:  le persone che non hanno un tetto da più di 4 anni sono quasi 11.000 (nel 2011 erano poco più di 7.000).  

Senza fissa dimora: le cause più frequenti

Perdita del lavoro e rottura dei legami familiari (ad esempio una separazione): sono queste le cause principali che spingono in strada un numero crescente di persone. Per far fronte a una situazione sempre più drammatica serve un impegno imponente. Nell'ambito del Piano Nazionale di Lotta alla Povertà, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociale ha deciso uno stanziamento di 50 milioni di euro sul triennio 2016-2019 per finanziare azioni a favore dei senza fissa dimora. E' un primo passo concreto (benché non ancora sufficiente), una boccata d'ossigeno per gli enti territoriali che quotidianamente devono affrontare l'emergenza. I fondi serviranno a sostenere progetti di aiuto e reinserimento sociale.  

Il modello “Housing First": la casa non è un premio, è la condizione preliminare per un reinserimento

Una delle proposte più innovative arriva dalla Fiopsd (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora) e si chiama “Housing First” (espressione anglosassone che potremmo tradurre con “la casa innanzi tutto”). Questo modello viene attuato da anni, con successo, negli Stati Uniti e anche in Europa sta rivelando le sue grandi potenzialità. «I tradizionali programmi di reinserimento sociale funzionano “a gradini”, dalla strada al dormitorio e, poi, progressivamente, verso soluzioni residenziali più stabili» ha spiegato Cristina Avonto, presidente Fiopsd, durante un convegno organizzato a Torino per la Giornata Internazionale di Lotta alla Povertà. «Al contrario, noi crediamo che la casa non sia un premio da conquistare, ma la condizione preliminare per un effettivo reinserimento. Puntiamo quindi a offrire, il prima possibile, un contesto abitativo stabile».

L'"Housing First" in Italia

In Italia le prime sperimentazioni di “Housing First” risalgono al 2014: attualmente sono stati avviati 35 progetti rivolti a 500 persone, che hanno avuto la possibilità di abitare un appartamento in piena autonomia e senza limiti di tempo. E' a Torino, da tempo un laboratorio di inclusione sociale, che il progetto ha mosso i primi passi. Nel capoluogo piemontese, dove si stima che i senza dimora siano circa 1.700 (tra i quali molti “pendolari” del disagio, arrivati dai territori vicini), è nato un coordinamento di cui fanno parte il Comune e una decina di realtà del terzo settore, tra cui la Caritas Diocesana e l'Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo. Finora sono stati messi a disposizione cinque appartamenti per sei persone, «ma puntiamo a raddoppiare questi numeri nel corso del prossimo anno» ha dichiarato Sonia Schellino, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Torino. Alla situazione dei senza fissa dimora, che diviene quanto mai drammatica nei mesi freddi, il Comune di Torino risponde anche con un apposito piano invernale, realizzato in collaborazione con le tante realtà del privato sociale presenti in città. «Abbiamo istituito un bando per le realtà che si occupano dei senza dimora» ha sottolineato l'assessore Schellino «Lo stanziamento economico dipenderà dalle risposte che otterremo, ma puntiamo a offrire 800 posti letto per la notte».

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