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Che bello il Flauto Magico in versione cartoon

Al teatro dell'Opera di Roma in scena Die Zauberflöte in uno spettacolo che combina canto, cinema muto e animazione.Da non perdere.


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Un po’ opera, un po’ cartone animato, un po’ film muto,  piace e convince il “Die Zauberflöte” in scena all’ Opera di Roma fino al 17 ottobre. L’ allestimento arriva dalla Komische Oper di Berlino e porta la firma del gruppo artistico 1927, formato da Barrie Kosky, Suzanne Andrade e Paul Barritt. Il nome “1927” si riferisce all’ anno del primo film sonoro, “Il cantante di jazz”.  Il gruppo artistico  lavora con una combinazione di spettacolo dal vivo e animazione. “I nostri spettacoli evocano il mondo dei sogni e degli incubi con un’ estetica che richiama l’ universo del cinema muto”, dice Suzanne Andrade.

Il risultato è un “Die Zauberflöte” mai visto prima, leggero, pieno di invenzioni, una gioia per gli occhi e per le orecchie. La scena è piatta, come un grande schermo sul quale scorrono le immagini. Lo spazio per i cantanti è limitato. Li vediamo, inseguiti dalla luce bianca dei riflettori, o in basso sul palcoscenico oppure in alto, sospesi su sporgenze, dalle quali appaiono e scompaiono grazie a delle porte quasi invisibili. I loro abiti richiamano quelli del cinema degli anni Venti.  Niente piume e penne posticce, tanto per capirsi, per l’ uccellatore Papageno. Attorno ai cantanti  e con loro trionfano le animazioni, mai troppo realistiche, ma tutte molto divertenti.  

Papageno è accompagnato da un gatto nero. Tamino finisce inghiottito nel ventre del drago, circondato da scheletri e ossa. Le dichiarazioni di amore vengono sempre sottolineate da svolazzanti cuori rossi. Monostatos tiene al guinzaglio minacciosi cani neri. La Regina della Notte è un ragno enorme e feroce, con delle lunghissime zampe animate che occupano tutta la scena. Il suono del flauto magico viene evocato da scie di note. I tre genietti svolazzano come farfalle leggere. 

I dialoghi  sono tutti tagliati, sostituiti da poche righe di testo, proiettate sullo schermo come nei film muti. “No hai sempre bisogno di due pagine di dialogo per dimostrare la relazione fra due persone”, spiega la Andrade. Vero. Lo spettacolo ci guadagna in fluidità e leggerezza.

Si ride e ci si commuove e nessuno si stupirebbe se, dal lampadario del Costanzi, scendesse in platea lo stesso Mozart. Sarebbe il primo a godersi lo spettacolo e a complimentarsi con il cast. Alla “prima” del  9 ottobre applausi meritati per il Tamino ispirato di Juan Francisco Gatell, la Pamina di Armanda Forsythe, la Regina della notte di Christina Poulitsi, il Papageno di Alessio Arduini, il Sarastro di Gianluca Buratto e il Monostatos di Marcello Nardis. Tutti bravi nella prestazione canora, ma anche impeccabili (e non era facile) nell’ interagire con le animazioni proiettate in palcoscenico. Sul podio ha diretto, senza bacchetta, Henrik Nánási, il quale conosce benissimo questa produzione avendola diretta più volte, fin dalla sua nascita alla Komische Oper.

Spettacolo da non perdere, vale il viaggio a Roma.

(foto di Yasuko Kageyama)

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