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Charlie Hebdo, quando la satira sbaglia bersaglio

Dopo le discutibili vignette sul Papa e sulla religione, la rivista satirica francese, divenuta celebre per l'attacco terroristico subito l'anno scorso, fa ancora una volta un cattivo uso della libertà di espressione, offendendo la memoria di Aylan, il bambino curdo trovato morto, e tutti gli immigrati.


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Dopo aver offeso il papa e la religione, Charlie Hebdo questa volta ha pensato bene di prendersela con Aylan, il piccolo curdo trovato morto su una spiaggia curda, divenuto icona della tragedia dei migranti. La nuova vignetta della rivista francese, che aveva subito l'attentata terroristico il 7 gennaio del 2015, ritrae Aylan divenuto adulto che rincorre una donna: "Aylan da grande? Un palpatore di sederi", spiega il fumetto, collegando quindi i flussi migratori ai fatti di Colonia, dove molte donne sono state molestate da gruppi di profughi.

Ancora una volta, la rivista fa un cattivo uso del sacrosanto diritto alla libertà di espressione, sviluppando un'analisi grossolana, offensiva e provocatoria della realtà. La libertà - di parola, di critica, di satira - dovrebbe sempre tener conto di due limiti, affidati al buon senso, all'educazione, all'etica di ciascuno, prima ancora che ai codici e alle leggi. Il primo limite è quello che ci insegna che l'esercizio della nostra libertà non può tradursi in un'offesa, un danno, un male a discapito degli altri. Il secondo limite impone di valutare le conseguenze dell'azione, del gesto intrapreso in nome della libertà.

La vignetta di Charlie Hebdo denuncia una clamorosa e grave mancanza di coscienza di questi due limiti.

Come si può pensare di offendere la memoria di un bambino innocente che, alla ricerca di una vita migliore, in fuga dalla fame e dalla guerra, è morto prima di approdare alla sua terra promessa davanti agli occhi di suo padre? Oltre ad offendere il povero Aylan e la sua famiglia, la rivista ha infangato un'icona, un simbolo, perché quell'immagine atroce e indelebile, che avrebbe dovuto evocare solo pietà e muovere il cuore all'accoglienza, resterà eternamente come segno di un dramma epocale. E oltre ad offendere un bambino, la sua famiglia e insudiciare un simbolo purissimo, attraverso il collegamento fra l'immigrazione e i fatti di Colonia la rivista offende tutti i migranti, tutti i profughi onesti (che sono la stragrande maggioranza) che fuggono nei nostri Paesi non per delinquere, ma per vivere dignitosamente come ciascuno di noi, con una casa, un lavoro, un futuro... La vignetta stabilisce al contrario un nesso automatico fra immigrazione e delinquenza, fra immigrazione e reati, come se chiunque varcasse i nostri confini si tramutasse - o fosse fin dall'origine? - un individuo malato, capace solo di compiere nefandezze. Se questo non è razzismo...

In secondo luogo, quell'infelice disegno avrà l'effetto di esacerbare ancora di più gli animi, tanto quelli degli immigrati (che non potranno non sentirsi perlomeno incompresi), quanto quelli degli occidentali poco accorti che cadranno nella trappola di Charlie Hebdo, accettando acriticamente l'equazione immigrato = malfattore o terrorista.

Per chi, come noi, crede che solo la tenacia del dialogo e del confronto possa disinnescare la bomba del terrorismo, si tratta di un pesante passo indietro, di una provocazione che non servirà a nulla, se non a peggiorare le cose. Non c'era proprio bisogno di una vignetta del genere.

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