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Caso Cucchi, a che punto siamo

La vicenda comincia con la morte di Stefano Cucchi il 22 ottobre del 2009. Era stato arrestato una settimana prima. Il 17 gennaio 2017 chiudono le indagini bis che porteranno a un nuovo processo, si spera che sia quello decisivo. Nel frattempo riassumiamo la complicata vicenda processuale fin qui.


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LA SVOLTA -  Il senso della svolta che potrebbe dare finalmente una risposta al caso Cucchi è in una frase pronunciata il 2 novembre 2014 dal Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone: “Non è accettabile – diceva a fronte dello sgomento della famiglia Cucchi - dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”. Non era ancora la promessa che le indagini su quello che l’ avvocato Ennio Amodio definisce oggi un caso di "giustizia travagliata", (segnata da perizie e consulenze contrastanti e da troppi silenzi corporativi) sarebbero riprese in vista di un processo bis: servivano nuovi elementi e ancora non si sapeva se si sarebbero trovati. Ma era la dichiarazione di una disponibilità ad ascoltare, un’ assunzione di responsibilità nei confronti della famiglia che giustamente non si arrendeva ad accettare una non risposta, davanti alla morte non naturale di un figlio e di un fratello che stava passando da una caserma a un ospedale a un carcere, sempre e comunque nelle mani di pubblici ufficiali, cioè dello Stato.

Il 17 gennaio 2017, a due anni di distanza, le indagini riaperte sono arrivate a una nuova ordinanza di rinvio a giudizio nei confronti di cinque carabinieri, da sempre esclusi dalle inchieste che fin qui avevano coinvolto medici, operatori sanitari, agenti della Polizia penitenziaria. Il capo d’ imputazione pesa: omicidio preterintenzionale per i tre Carabinieri cui si contesta la responsabilità del pestaggio, calunnia e falso per altri due commilitoni.

 

I FATTI -  Tutto era cominciato il 15 ottobre del 2009 quando il geometra romano Stefano Cucchi fu arrestato dai perché trovato in possesso 28 grammi di hashish e qualche grammo di cocaina e portato in una cella di di sicurezza della caserma Stazione Roma Appia dove passò la notte in attesa del processo per direttissima fissato per il 16 ottobre. Confermato l’ arresto, il giovane, che aveva ematomi sul volto e difficoltà a camminare, fu portato nel carcere romano di Regina Coeli. Il giorno successivo, peggiorate le condizioni di salute, il giovane venne portato all’ ospedale Fatebenefratelli dove rifiutò il ricovero, anche se il referto parla di ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale. Tornato in carcere venne nuovamente ricoverato all'ospedale Sandro Pertini. Dove morì il 22 ottobre 2009.

 

I PROCESSI -  Le condizioni in cui il corpo di Cucchi viene trovato, 40 chili e lividi, fanno scattare le indagini.

Primo grado (medici, agenti, infermieri) - Il processo, iniziato nel gennaio 2011 a carico di 6 medici del Sandro Pertini, tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria, va a sentenza di primo grado il 5 giugno 2013, la III Corte d'Assise conclude che Cucchi non era stato pestatò nelle celle del Tribunale come da ipotesi degli inquirenti ma morto in ospedale per malnutrizione. Cinque medici vengono condannati per omicidio colposo, il sesto per falso ideologico. Assolti agenti e infermieri.

Appello (medici, agenti, infermieri) - Il 31 ottobre 2014 la Corte d’ Assise d’ Appello di Roma ribalta tutto e assolve anche i medici, seppure con una formula che richiama la vecchia insufficienza di prove. La famiglia Cucchi non si arrende, la sorella Ilaria chiede un incontro al Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone che si dichiara disponilbile a rileggere le carte e a valutare eventuali nuovi elementi.

Cassazione (medici, agenti, infermieri) - Intanto il processo d’ Appello approda in Cassazione che il 15 dicembre 2015 annulla con rinvio la sentenza della Corte d’ Assise d’ Appello, che innesca un processo d’ appello bis per omicidio colposo a carico dei medici di cui la Suprema Corte sottolinea “l’ ingiustificabile inerzia”, dichiarando non esaustive e convincenti le motivanzioni della morte emerse dal processo, mentre nel frattempo diventa definitiva l’ assoluzione degli agenti e degli infermieri.

Appello bis (medici)- Il 18 luglio 2016 La terza Corte d'Assise d'appello conferma, nel processo d’ Appello bis, l'assoluzione dei 5 medici che hanno avuto in cura Stefano Cucchi nell'ospedale Pertini di Roma. Per i giudici non è possibile dimostrare che agendo diversamente, senza l’ omessa condotta dei medici, Cucchi si sarebbe salvato. Nell’ ottobre del 2016 la Procura generale di Roma ricorre ancora in Cassazione contro l’ assoluzione cui contesta “illogicità nella motivazione della sentenza”.

Nuove indagini  (Carabinieri) -  Il 17 gennaio 2017 la Procura della Repubblica di Roma, guidata dal 2012 da Giuseppe Pignatone chiude le indagini del procedimento bis, stavolta a carico dei Carabinieri che per primi erano entrati in contatto con Cucchi. L'accusa di omicidio preterintenzionale è contestata ad Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro e Francesco Tedesco, carabinieri in servizio, all'epoca dei fatti, presso il Comando Stazione di Roma Appia, che procedettero all'arresto di Stefano Cucchi in flagranza di di reato per detenzione di droga. Tedesco è accusato anche di falso. A Roberto Mandolini, comandante Interinale della stessa stazione di Roma Appia sono attribuiti i reati di calunnia e falso. Accusa di calunnia anche per lo stesso Tedesco, e per Vincenzo Nicolardi, anch'egli militare dell'Arma. Nell'atto di chiusura delle indagini si fa riferimento al pestaggio che causò numerose lesioni sul corpo del geometra romano che «sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni» e che avrebbero avuto «esiti permanenti» ma ne determinarono la morte anche per la «condotta omissiva» dei medici che ebbero in cura Cucchi.

 

CHE COSA ACCADRA' ORA -  Il processo a carico dei medici continuerà per la sua strada con una pronuncia della Cassazione, che potrà concluderlo confermando la seconda sentenza d’ Appello o annullandola con un nuovo rinvio in Appello. A carico dei Carabinieri partirà un processo di primo grado che dovrà provare le accuse contestate dalla Procura.

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