Spagna-Bolivia, guerra per l'energia

L'Argentina ha espropriato la società petrolifera Ypf, ora La Paz nazionalizza la rete elettrica. Una manovra del presidente Morales in un periodo di forte tensione sociale interna.

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Tra Spagna e America Latina l'ostilità non si placa. Di recente ha fatto grande scalpore la decisione della presidenta Cristina Fernández de Kirchner di nazionalizzare la Ypf, la società petrolifera argentina che nel 1999 era stata acquisita dalla compagnia spagnola Repsol. Una manovra controversa, dietro la quale si celano calcoli politici ma soprattutto economici, come la scoperta di nuovi importanti giacimenti nella provincia di Mendoza, ai piedi delle Ande, che il Governo vuole controllare direttamente.  «Il petrolio è un interesse pubblico e strategico», ha dichiarato la presidenta. E pensare che, quando la Ypf venne privatizzata dal Governo di Carlos Menem nel 1993, l'ex presidente Nestor Kirchner, consorte di Cristina, scomparso nel 2010, aveva appoggiato la privatizzazione con grande convinzione.         

L'esproprio della Ypf (che sarà controllata al 51% dal Governo di Buenos Aires) ha inferto un colpo durissimo alla Spagna, già gravemente provata dalla crisi, e all'Esecutivo di Mariano Rajoy. Ma la "guerra" dichiarata dall'Argentina non è finita: il Paese sudamericano, come riporta El País, presto metterà uno stop alle importazioni di jamón serrano - il famoso prosciutto spagnolo-, per venire incontro alle richieste dei produttori locali di carne suina. Ma non solo: secondo il quotidiano argentino La Nación, a essere proibiti sul suolo argentino pare che saranno anche il prosciutto brasiliano e quello proveniente dall'Italia.

Dopo l'Argentina, anche un altro Paese latinoamericano mette nei guai la martoriata Spagna. E' la Bolivia di Evo Morales, che ha deciso di nazionalizzare la rete elettrica del Paese, l'impresa Transportadora de Electricidad (Tde), controllata dall'iberica Red Electrica Espana (Ree). In un primo tempo Madrid stessa aveva distinto il caso boliviano da quello argentino, affermando che la compagnia spagnola avrebbe ricevuto in cambio un'adeguata compensazione. Ma ora pare che le cose siano decisamente cambiate: il Governo di La Paz potrebbe seguire l'esempio dell'Argentina - decisa a riconoscere il minimo indennizzo alla spagnola Repsol - concedendo alla Ree solo una minima compensazione per l'esproprio (invece del 100% del capitale che la compagnia iberica sperava di recuperare). 

Per il presidente boliviano Morales la nazionalizzazione della rete elettrica è una manovra strategica per cercare di recuperare credibilità e consensi presso una popolazione esasperata dalle difficili condizioni economiche, in un momento di particolare tensione per il Paese andino: per tre giorni la capitale La Paz e altre città e aree dello Stato sono state teatro di uno sciopero generale indetto dal sindacato Centrale operaia boliviana (Cob), che ha portato a manifestare in strada migliaia di lavoratori e studenti. Il motivo scatenante della protesta è l'annunciato aumento del salario minimo dell'8%, che viene ritenuto totalmente insufficiente e inadeguato alle condizioni dell'occupazione, in un Paese che - da quando nel 2006 è iniziata la politica di nazionalizzazione del settore degli idrocarburi - ha visto aumentare gli investimenti, ma senza un'equa gestione delle risorse e, quindi, senza promuovere un reale e sensibile miglioramento delle condizioni della popolazione boliviana, fra le più povere del continente latinoamericano.  

Lo sciopero di 72 ore ha paralizzato il Paese e provocato episodi di violenza e duri scontri con le forze dell'ordine, in un clima di conflitto sociale arrivato ormai a livelli allarmanti. Alla protesta indetta dalla Cob si è unita quella dei lavoratori del settore sanitario pubblico, da sette settimane in sciopero contro il decreto supremo 1126, che innalza il numero delle ore di lavoro da sei a otto senza un aumento corrispettivo del salario. Di fatto, il decreto è stato poi sospeso, ma gli scioperanti continuano la loro protesta perché non ritengono legittima la modalità della sospensione e chiedono la cancellazione definitiva del decreto. Il profondo malcontento si estende anche alle comunità indigene, di cui lo stesso presidente Morales fa parte: gli indios si oppongono strenuamente alla costruzione di un'autostrada che taglierà in due una riserva naturale, danneggiando l'ambiente e minacciando consuetudini e stile di vita delle popolazioni autoctone che abitano la foresta. 

Il presidente boliviano Evo Morales (Reuters).
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