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Atto di dolore, il vero volto di Dio non dà castighi

Ci scrive un lettore che ha trovato una formula diversa della celebre preghiera recitata al termine della Confessione. Non è necessario dire «perché ho meritato i tuoi castighi». Ognuno può esprimere con parole sue il pentimento.


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ANDREA - In una chiesa ho trovato una formula dell’ Atto di dolore in cui non si parla di «castighi», ma di «fiducia tradita». Che ne pensa? I castighi vanno intesi come espiazione dei peccati?

L’ atto di dolore, al termine della Confessione, si può recitare con formule diverse. Il Rituale della Penitenza (1974) ne propone più di una, anzi invita il penitente a esprimere con parole sue il pentimento per aver offeso l’ amore di Dio e tradito la sua fiducia. La formula tradizionale («perché ho meritato i tuoi castighi») a molti crea difficoltà, perché fa pensare a Dio che punisce e castiga. E ciò contraddice il vero volto di Dio che, in Gesù Cristo, si rivela come liberatore e salvatore e mai come autore di disgrazie; queste non vengono da Dio, non sono suoi castighi.

 

Dio, invece, dona l’ aiuto per superarle e trasformarle in occasioni di bene. In unione al mistero di passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, ha senso viverle in espiazione (purificazione) dei peccati. Così la Chiesa prega per le anime del Purgatorio, perché si completi, per loro, la purificazione dai peccati per una piena comunione con Dio. Ma tutta la vita è tempo di grazia, di perdono e di espiazione dei peccati commessi.

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