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Pakistan, il calvario è finito: Asia Bibi torna finalmente in libertà

La Corte suprema ha deciso l'assoluzione e ordinato il rilascio immediato della donna cristiana, 51 anni, ingiustamente condannata alla pena capitale per blasfemia. Ora la attende una vita da espatriata, con il marito e la figlia.


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(Foto Ansa)

La via crucis di Asia Bibi, la 51enne cristiana pakistana condannata a morte ingiustamente per blasfemia, è finita. E si è conclusa con l'assoluzione disposta da un collegio di tre giudici della Corte Suprema questa mattina, 31 ottobre, nel tribunale di Islamabad, capitale del Pakistan. Con il pronunciamento nel terzo e ultimo grado di giudizio e con l’ ordine di "rilascio immediato" si chiude l'iter processuale che aveva visto la contadina del Punjab imputata fin dal 2009, prima davanti a un tribunale di primo grado (pena capitale comminata a novembre 2010) e poi in appello, davanti all'Alta Corte di Lahore (sentenze confermata nell'ottobre 2014). 

Se la famiglia della donna (marito e cinque figli) e l'intera comunità cristiana in Pakistan (1,6% su 200 milioni di abitanti) esprimono grande gioia per l'esito del processo, ampia soddisfazione si registra nella società civile pakistana, nella politica, nei mass-media e in tutti quei settori che promuovono lo stato di diritto e il rispetto della legalità. D'altro canto alcuni gruppi estremisti "Tehreek-e-Labaik Pakistan" (TLP) hanno organizzato manifestazioni di protesta nelle maggiori città della nazione, minacciando di morte i giudici e chiedendo a gran voce l'impiccagione per Asia Bibi.

La sua vicenda resta paradigmatica per spiegare il fenomeno della discriminazione religiosa in Pakistan e quello dell'abuso della legge di blasfemia, che punisce con l’ ergastolo o la pena di morte il vilipendio all’ islam. Asia Bibi era stata arrestata nel giugno 2009, dopo un litigio con alcune sue colleghe di lavoro, braccianti agricole musulmane in Punjab. Asia era stata insultata per aver attinto a una fonte d'acqua ed averla così “contaminata”, secondo le altre donne, solo perchè lei era cristiana. Da quell’ episodio è nata un'accesa discussione che ha toccato la sfera religiosa, in cui Asia ha dato ragione della sua fede in Cristo. A quel punto le donne musulmane, grazie all'ausilio di un imam locale, l’ hanno falsamente accusata di blasfemia. Di qui la denuncia, il processo e la condanna a morte.

A suo favore si espressero l'allora governatore del Punjab, il musulmano Salman Taseer, e il ministro cattolico per le minoranze Shahbaz Bhatti, entrambi uccisi da mano terrorista nel 2011. Quegli omicidi eccellenti generarono grande paura e condizionarono il caso, conferendogli una valenza simbolica che lo accompagnerà fino a oggi. Nel processo di appello, dopo tre anni di continui rinvii, per l'assenza di magistrati disposti a deliberare su un caso tanto spinoso, l’ Alta Corte confermò la pena capitale suscitando lo sdegno internazionale.

Nel ricorso davanti alla Corte Suprema, la difesa di Asia è stata affidata alle cure dell’ avvocato musulmano Saiful Malook che, fin dal principio, si era detto convinto dell’ innocenza della donna e fiducioso nella piena assoluzione. Nei nove anni trascorsi in carcere, Asia Bibi ha dato una luminosa testimonianza di fede, pregando e perdonando i suoi persecutori e compiendo un vero cammino spirituale, scandito dalla preghiera e dalla lettura della Bibbia. A marzo scorso Asia ha ricevuto nel carcere di Multan da suo marito, Ashiq Masih e dalla figlia Eisham, un rosario donatole da papa Francesco che ha incontrato la sua famiglia in Vaticano. Alla Vergine Maria Asia Bibi ha affidato la sua storia travagliata. Ora la attende una vita da espatriata, con la sua famiglia.

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