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Asia Bibi, ultime ore decisive all'ombra dell'estremismo

La donna perseguitata per la sua fede cristiana più vicina alla salvezza ma sulla vicenda pesano le minacce degli estremisti islamici.


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Non si può dire sia stata una passeggiata per l'avvocato Saiful Malook, legale di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia in Pakistan, convincere i giudici, nell'udienza davanti alla Corte Suprema, dell'innocenza della sua cliente. In un dibattimento ricco di domande e di spunti giuridici, i tre alti magistrati sono andati a fondo della questione e il 63enne avvocato musulmano ha dovuto sfoderare tutta la sue esperienza per rispondere in modo puntuale alle richieste di chiarimento. Ma questa volontà di approfondire il caso è andata sicuramente a favore della difesa, che ha potuto argomentare, in modo a suo dire inoppugnabile, «l'inammissibilità delle prove di colpevolezza, rispetto al reato di blasfemia contro il Profeta Maometto, secondo l'articolo 295 comma 'c' del Codice Penale»,

Malook ha rilevato evidenti vizi nell'investigazione compiuta nel 2009, quando Asia Bibi fu accusata di aver denigrato l'islam. I magistrati hanno ascoltato e, dopo circa tre ore di udienza, si sono ritirati riservandosi di deliberare. Come è nelle loro prerogative, non hanno stabilito il momento preciso in cui il verdetto sarà emesso, ma gli avvocati di Asia Bibi sono fiduciosi e, secondo le consuete procedure, sembra che il tempo di attesa possa essere di alcuni giorni.

Pochi giorni non sono nulla rispetto agli oltre nove anni che Asia Bibi ha trascorso dietro le sbarre. L'allora 39enne contadina del Punjab, madre di 5 figli, aveva osato prendere acqua da una fonte cui dovevano abbeverarsi anche le sue compagne di lavoro, operaie musulmane che non hanno perso l'occasione per insultarla. Asia rispose per le rime e quel litigio fu l'inizio del suo calvario: le donne cercarono manforte da un imam locale e, insieme a lui, costruirono un'infamante accusa di blasfemia per rovinarle la vita. Da qui la denuncia e l'arresto della donna, oggi reclusa in isolamento nel carcere femminile di Multan.

L'avvocato Malook si dichiara ora ottimista sull'esito del processo, riferendo di aver smascherato le molte contraddizioni e incongruenze che hanno caratterizzato il processo in primo grado, concluso con la condanna a morte nel novembre 2010, e anche l'appello, che nel 2014 ha confermato la sentenza di colpevolezza e la pena capitale.

E mentre la comunità cristiana in Pakistan (meno del 2% della popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani) ha vissuto il momento della sospirata udienza immersa nella preghiera, un'incognita su tutta la vicenda è rappresentata dai gruppi islamisti radicali che hanno scelto di usare la “legge di blasfemia” (tre articoli del Codice penale del Pakistan) come arma politico-religiosa per raggiungere consensi e fanatizzare le masse, istigandole, a seconda dei casi, contro la politica o la magistratura. Gruppi come il Tehreek-e-Labaik Pakistan hanno minacciato la Corte Suprema, mettendo in guardia i giudici dal dispensare l'assoluzione ad Asia Bibi.

L'esecutivo del leader populista Imran Khan, da due mesi al potere in Pakistan, si troverà dunque a gestire la prima patata bollente del suo percorso di governo. Il Premier nelle scorse settimane si è espresso chiaramente criticando l'abuso che spesso viene perpetrato nell'applicazione della controversa “legge di blasfemia”, tirata in ballo per colpire avversari in dissidi privati. Proprio come accaduto ad Asia Bibi. La sua vicenda sarà, allora, il primo banco di prova, per comprendere se il neonato governo, che ha pure l'appoggio dei militari, saprà reggere l'urto dei gruppi fondamentalisti.

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