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Credere

Antonio Ciccone. Sono ‘a lince’ , ma non fate come me

L’ attore, impegnato nelle riprese per la fiction Gomorra 3 nel ruolo di camorrista, invita i giovani a capire il vero volto della criminalità organizzata: «Una via senza uscita, le scelte dei boss non portano da nessuna parte»


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AI ragazzi che lo fermano per strada, a Napoli, Roma e in altre città, chiamandolo ’ a lince come il personaggio che interpreta nella serie televisiva Gomorra, lui risponde: «Il mio nome è Antonio Ciccone». Per l’ attore campano, 48 anni, impegnato fino al 30 giugno nel girare le 12 puntate della terza stagione prevista su Sky in autunno, «è importante cogliere il messaggio educativo presente nel racconto: la camorra porta solo alla solitudine, all’ infelicità, alla morte precoce. Quindi invito i giovani a fare l’ opposto di quello che vedono e di capire che la via apparentemente più facile per trovare “lavoro”, quella offerta dalla criminalità, è senza uscita. I boss finiscono male, le loro scelte non portano da nessuna parte». Entrato a far parte della produzione a partire dalla seconda stagione, Antonio ha cercato insieme al team di lavoro di «invogliare le nuove generazioni che vivono a Secondigliano a intraprendere corsi e scuola di recitazione. Siamo riusciti a racimolare e coinvolgere una settantina di ragazzi, che spesso hanno uno dei genitori in carcere oppure lo hanno perso. Qualcosa si sta muovendo. Con gli altri attori abbiamo seminato nel nostro piccolo, dando consigli sulla vita, sul futuro».

ATTENTO AGLI ALTRI

Per Ciccone prendersi cura degli altri non è un’ eccezione: quando non è sul set, lo fa ugualmente. Perché la fede accompagna passo dopo passo le sue scelte quotidiane. «Sono entrato in una comunità del Cammino neocatecumenale che ero diciottenne, invitato dai miei genitori insieme a mio fratello», ricorda. Oggi con la moglie Valentina, 40 anni, fa il catechista nella parrocchia del Buon pastore e di San Francesco da Paola a Fuorigrotta, nel capoluogo partenopeo.

LA FAMIGLIA ALLA PROVA

«Quando ci siamo conosciuti, perché giocavo a pallone con suo fratello, lei aveva perso il padre e pensava che Dio avesse punito la sua famiglia. Le proposi di entrare in comunità e poi ci è rimasta, da quasi 22 anni. Il Signore fa il disegno», ribadisce Antonio. I due si innamorano e si sposano dopo un anno di fidanzamento. «Il percorso in comunità è profondo e aperto, aiuta molto nella vita di coppia e con i figli». Loro ne hanno avuti quattro: la primogenita, Benedetta, ha 16 anni. L’ hanno chiamata così perché prima del matrimonio entrambi avevano avuto problemi di salute che avrebbero potuto  compromettere la loro fecondità. Invece poco più di due anni dopo nasce anche Salvatore, detto affettuosamente “Sasi”, che in questi giorni sta per compiere 14 anni. Però i genitori scoprono che è affetto da una malattia congenita, di cui entrambi erano inconsapevolmente portatori sani, e necessita urgentemente di un trapianto di fegato. Il delicato intervento avviene a Bergamo, quando il piccolo ha soltanto un anno e mezzo: «Una bella “via crucis”. Ci hanno aiutato la preghiera e la comunità. Durante i sette mesi di ricovero abbiamo finito i soldi a disposizione e abbiamo avvertito la forza della comunione fraterna sulla nostra pelle: siamo stati sostenuti spiritualmente ed economicamente». Oggi il ragazzino sta bene e s’ impegna con passione nel ballo latinoamericano.

Quando le condizioni di salute di Sasi migliorano, Valentina vorrebbe avere un terzo figlio, ma se fosse stato maschio avrebbe avuto la stessa malattia del secondogenito. «Ho vissuto un periodo di tentazione, combattimento. Ero nel panico totale, anche se mia moglie era convinta che sarebbe nata una femmina. Ma per quasi otto anni non ne ho voluto sapere nulla, in una sorta di sfida con Dio. Poi ho ripensato al fatto che il Signore aveva protetto Salvatore in 14 ore di intervento e durante i successivi due rigetti. E mi sono detto: sto ancora a dubitare sul terzo figlio? Mi sono deciso e sono arrivate due gemelle sane e vegete, Nunzia e Gabriella, che ad agosto compiranno sei anni. Una bellissima esperienza, che racconto quando parlo della mia fede», riassume.

CREDENTE ANCHE SUL SET

Ciccone non ha remore a dichiararsi credente anche sul set: «Sono passato per pazzo perché ho scelto di essere sempre fedele a mia moglie. Qualche collega mi ha detto che era impossibile, ma allo stesso tempo ha dichiarato di ammirare profondamente la mia decisione. L’ importante è seminare; l’ anno scorso qualcuno mi prendeva in giro e faceva la battuta, altri ridevano. Oggi portano rispetto».  

E nel tempo libero dal lavoro – cominciato oltre 20 anni fa con una partecipazione alla soap opera Un posto al sole – Antonio si dedica alla famiglia, che da otto anni comprende anche Rosario, il fratello 38enne di Valentina, disabile a causa di un’ asfissia neonatale. «Dopo la morte di mia suocera è venuto a vivere con noi e mi vede come un padre. Lo accompagniamo al centro diurno, in parrocchia».

Nella grande casa c’ è spazio anche per invitare a pranzo le amichette delle gemelle, «che si fanno molte domande perché quando ci sediamo a tavola la televisione deve essere spenta: bisogna dialogare fra noi, nella verità, senza mai bugie. E non tralasciamo mai la preghiera». Gesti semplici che diventano testimonianza autentica.

Foto di Giuseppe D’ Anna

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