Australia, il paradiso chiede aiuto

Dal dimezzamento della barriera corallina alla possibile estinzione di specie, sino alla migrazione forzata d'intere popolazioni animali. Urgenti le politiche di tutela dell'ecosistema.

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La Grande Barriera Corallina, la più grande al mondo, definita dall'Unesco patrimonio dell'Umanità e visitata ogni anno da migliaia di persone, ha visto diminuire del 50% la quantità di coralli negli ultimi 27 anni.

I calcoli sono stati fatti dall'Istituto australiano di scienze marine (Aims). Dal 1985 ad oggi i ricercatori hanno realizzato uno studio seguendo il programma mondiale di monitoraggio più completo mai organizzato, con 2.258 rilevamenti totali. Risultato: la percentuale di corallo della Great Barrier Reef, situata davanti alle coste del Queensland, nell'Australia nord orientale, è passata dal 28% registrato nel 1985 al 13,8% del 2012. Insomma, un calo del 50,7%. E non è finita. Di questo passo - prevede lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences - nei prossimi 10 anni la Barriera potrebbe subire un ulteriore dimezzamento.

Le conseguenze sono potenzialmente devastanti. In giro per il mondo ci sono infatti altre barriere coralline, ma anche lì la storia non cambia molto. All'ultima Conferenza Internazionale sulle Barriere tenutasi in luglio a Cairns, in Australia, è stato infatti ricordato che almeno il 25% delle barriere coralline mondiali sono già state danneggiate. Il problema è che questi delicati ecosistemi, che coprono solo l'1,2% della superficie terrestre, ospitano la maggior parte del patrimonio di biodiversità marina mondiale. Si calcola che siano da uno a tre milioni le specie marine che vivono nell’ ambiente offerto dalle barriere coralline, e quasi un quarto delle specie marine mondiali dipendono da queste meraviglie naturali. “Questa perdita di oltre la metà della copertura iniziale è molto preoccupante e comporta la perdita dell'habitat per decine di migliaia di specie associate alla barriera corallina tropicale”, ha confermato lo studio dell'Aims.

Tutto ciò senza considerare le persone, altro capitolo delicato. Le popolazioni del Pacifico traggono infatti il 90% del loro fabbisogno proteico dalla pesca sulla barriera, e in tutta l'Asia la vita di un miliardo di persone dipende da questo pesce.

Presentando il nuovo studio, il numero uno dell'Istituto australiano di scienze marine ha però sottolineato i margini di miglioramento a cui le barriere potrebbero andare incontro. Secondo John Gunn, amministratore delegato dell'Aims, è importante agire al più presto sulla corona di spine, una particolare stella marina capace di mangiare 10 metri quadrati di corallo vivo all'anno. Migliorare la qualità dell'acqua, ha detto Gunn, è essenziale per controllare la diffusione delle stelle marine.

Come? La proliferazione di questa stella marina dipende da pesticidi e fertilizzanti chimici che finiscono in mare, vicino alle barriere, favorendo la crescita delle alghe, cibo preferito dalle larve delle stelle di mare. Senza le corone di spine la barriera corallina sarebbe capace di  riprendersi annualmente dello 0,89%. Non è molto, ma forse per Gunn trovare una soluzione ai fertilizzanti chimici che finiscono di fronte alle coste del Queensland è più semplice che fermare l'aumento delle temperature mondiali.

La principale causa del dimezzamento dei coralli, insieme ai cicloni tropicali, è infatti il fenomeno dello sbiancamento dei coralli, effetto del cambiamento climatico globale. “Non possiamo fermare le tempeste e il riscaldamento degli oceani”, ha detto Gunn, “ma si può agire per ridurre l'impatto della corona di spine”. Una sfida per i politici australiani, ma non solo. Scelte più consapevoli da parte dei consumatori di tutto il mondo, come ad esempio l'acquisto di prodotti biologici, possono contribuire in modo determinante a ridurre l'uso di fertilizzanti e concimi chimici. Anche nella lontana Australia. 

 

Gas e carbone. Insomma, energia. Da sempre la ricerca di materie da bruciare ha rappresentato un pericolo per l'ambiente, ma in questo caso la zona ospita uno degli ambienti marini più delicati al mondo. L'area è quella del Queensland, la stessa della Grande Barriera Corallina dimezzata negli ultimi 27 anni a causa soprattutto del riscaldamento globale. Qui passano anche le balene megattere, tra le specie più cacciate dagli uomini negli scorsi decenni e per questo a rischio estinzione. Il problema è che le megattere sono minacciate dal boom minerario in Queensland, immensa regione situata nella parte orientale dell'Australia, ricca di materiali di vario genere, gas e carbone compresi.

Proprio i prodotti maggiormente richiesti dall'Asia, dove i governi di nazioni in fase di straordinario sviluppo, vedi India e Cina, ne hanno disperato bisogno per sostenere livelli di crescita indispensabili per continuare ad ottenere il consenso popolare. Insomma, da una parte la fame di materie prime dell'Asia, dall'altra la voglia di far soldi del settore minerario australiano. E in mezzo la natura.

A denunciare i pericoli in arrivo per le megattere, che al largo del Queensland si riproducono e transitano durante le migrazione annuali da e verso l'Antartide, questa volta non sono state le associazioni ambientaliste ma l'università del Queensland. I ricercatori dell'ateneo australiano hanno identificato due zone particolarmente pericolose per l'incolumità delle balene. Si tratta delle città portuali di Gladstone e di Mackay, al centro della corsa al carbone e al gas naturale. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista Marine Ecology Progress Series, nei due porti si verificherà un aumento di attività di sei volte rispetto ad oggi.

Conseguenze? Secondo lo studio, l'aumento della navigazione causerà un incremento di collisioni con le balene e del loro stress nel tentativo di evitare le navi, con “un serio impatto” sulla specie. “Si vorrebbe creare una superstrada del carbone proprio attraverso i loro terreni di riproduzione”, ha sintetizzato il biologo marino Tim Stevens, secondo cui “la cosa ovvia da fare è modificare le rotte per minimizzare il rischio di contatto con i cetacei”. Un'opzione che potrebbe comportare maggiori costi di trasporto, e che dunque non sarà facilmente vista di buon occhio dalle compagnie minerarie e dai loro clienti.

Per ora né lo Stato del Queensland né il governo centrale australiano hanno ipotizzato l'obbligo di cercare altre vie di transito per le navi cariche di materie prime da esportare. Di certo, ha detto il portavoce di Greenpeace John Hepburn, “il governo non può ridurre la Grande Barriera Corallina in una superstrada per carbone e gas senza compromettere i valori ambientali per cui e' stata inclusa nei patrimoni dell'umanità dall'Unesco”.

Il governo australiano sembra però aver deciso di intraprendere un'altra strada: l'esecutivo guidato dalla laburista Julia Gillard ha dato l'ok al progetto di Abbott Point, centro nevralgico del via vai di carbone dall'Australia. Abbott Point diventerà il più grande porto al mondo per l'esportazione di carbone, con oltre 10.000 navi che dovrebbero transitare da lì rispetto alle 1.700 attuali. Con buona pace delle balene megattere.

L'erosione delle barriere coralline non c'entra. Alle Carteret Islands, un minuscolo arcipelago appartenente alla Papua Nuova Guinea e situato in mezzo all'Oceano Pacifico, il problema non è la mancanza di pesce con cui sfamarsi. Gli abitanti di queste isole, quasi invisibili sulla carta geografica, rischiano di diventare famosi per un altro primato. La tv americana Cnn e altri media internazionali li hanno già definiti i primi rifugiati ambientali al mondo.

Di fatto sono le prime persone costrette ad abbandonare le proprie terre a causa dei cambiamenti climatici. Su questi atolli grandi in totale poco più di mezzo chilometro, riscaldamento climatico significa innanzitutto innalzamento del livello del mare. Una vera tragedia per queste bocche di vulcani non totalmente sommerse, che oggi emergono dall'acqua di circa un metro e mezzo. Ora il livello del mare si sta alzando e i terreni delle isole, bagnati dall'acqua salata, stanno iniziando a perdere fertilità. Secondo diversi esperti potrebbero presto diventare totalmente incoltivabili. Il destino delle Carteret, chiamate così in memoria del navigatore britannico Philip Carteret che le scoprì nel 1767, sembra dunque ineluttabile.

Non a caso già nel 2003 il governo della Papua Nuova Guinea riconobbe la necessità di evacuare totalmente i 2.500 abitanti dell'arcipelago. Dalle dichiarazioni di intenti sono però già passati diversi anni. Nel 2009 le prime cinque famiglie furono trasferite a circa 100 chilometri da casa, sull'isola di Bouganville, che rispetto alle Carteret è molto più grande e ben più alta sul livello del mare, con un picco massimo di 2.400 metri. Sembrava l'inizio dell'esodo di massa, invece finora quasi tutti gli abitanti delle minuscole isole sono rimasti nella loro terra natale.

Motivo: la mancanza dei fondi necessari per il ricollocamento delle persone. Peccato che intanto le cose stiano gradualmente peggiorando, e la vita degli abitanti stia diventando sempre più complicata. Lo spiega Ursula Rakova, nata sulle Carteret e direttrice della Tulele Peisa, l'organizzazione incaricata dal governo della Papua Nuova Guinea di gestire il trasferimento degli abitanti delle isole: “Qui già ora è molto difficile praticare colture alimentari. La produzione di cibo è sempre più scarsa e le riserve diminuiscono. A breve non sarà più possibile produrre dalla terra alcun alimento.

Una ricerca scientifica presentata in Germania ha previsto che le isole saranno completamente inabitate entro il 2045, e questo avverrà perché allora sarà impossibile coltivare qualsiasi cosa. Resterà la sabbia, forse qualche albero di cocco, ma le persone che vivono qui non saranno più in grado di sostentarsi”. 

A fine settembre è partito verso Bounganville un secondo gruppo di profughi: sette famiglie, per un totale di 87 persone, hanno salutato forse per l'ultima volta la loro terra e vivono ora su un terreno donato dalla Chiesa Cattolica. “E' un appezzamento di 71 ettari, e noi stiamo dando a ciascuna famiglia un ettaro da coltivare”, spiega Rakova, secondo cui il cambiamento a cui stanno andando incontro i suoi concittadini provocherà sicuramente anche dei pesanti contraccolpi culturali: “Gli abitanti delle Carteret sono intimamente connessi alle loro isole, sono pescatori da generazioni costretti a trasformarsi in breve tempo in agricoltori. Abbandonare le isole significa distruggere un legame culturale fortissimo. Ad ogni modo il trasferimento è indispensabile visto che qui sta diventando impossibile vivere: ogni giorno il mare guadagna un po' del terreno che fino ad oggi ci ha permesso di sostentarci”.

 

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