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Festival Biblico, la speranza vede "oltre"

Monsignor Bregantini, don Angelo Casati, un funzionario dell'UNHCR per i rifugiati, suor Prejean: gli ospiti del Festival Biblico invitano a guardare con fede oltre la crisi.


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La paura e la speranza, temi del Festival Biblico di quest'anno, si scacciano a vicenda. E a decidere chi vince siamo noi, il nostro cuore, la nostra mente. La nostra capacità di fare comunione tra noi. Questo il messaggio di speranza che emerge dalle relazioni dei tanti ospiti, noti e meno noti, uomini e donne di diverse provenienze che, pur con missioni diversissime tra loro, mostrano con la loro vita che la crisi è un'occasione, un punto da cui ripartire. E la gente ha risposto riempiendo le sale del Festival Biblico.

Carlo Maria Bregantini
, vescovo di Campobasso-Bojano e presidente della commissione episcopale per il lavoro, simbolo vivente della lotta della chiesa contro la mafia, ha invitato ciascuno ad assumere gli stessi atteggiamenti di Maria, che “conservava e meditava” nel suo cuore le cose che sentiva e vedeva riguardo a Gesù. Un atteggiamento di pazienza e ascolto, di capacità a ricostruire le situazioni quando esse sono compromesse, rovinate. «Siate ricostruttori, vincete la disperazione con l'affidamento a Dio nello Spirito Santo» Ma il testimone della speranza contro ogni speranza per Bregantini è San Paolo: «Chi ci separerà dall'amore di Dio?», si chiede l'Apostolo. La fede di Paolo sta lì ad insegnarci, secondo il vescovo di origine trentina, «che si può veramente guardare all'”oltre” della crisi economica e di valori che contraddistingue questo nostro tempo».

Lo scrittore milanese Don Angelo Casati, in una seguitissima conferenza ha parlato delle “paure che ci abitano”. La paura della vita («c'è una bella differenza tra l'occuparsi delle cose e l'essere occupati dalle cose: non dobbiamo farci occupare ma restare liberi, soprattutto nella chiesa, che a volte pecca un po' di eccessive occupazioni e trionfalismi»); la paura del viaggio («I giovani, pensiamo solo al matrimonio, faticano a lanciarsi nella loro vita: occorrono oggi traghettatori che sappiano loro insegnare a rischiare»); la paura dell'altro («Anche nella chiesa spesso abbiamo paura dell'altro, del non credente, ma il cardinal Martini ci ha insegnato a scavare nel cuore di ogni uomo per trovare l'oro che Dio lì ha riposto»); la paura del pensare («Forse come cristiani siamo troppo rivolti verso una sorta di pensiero unico, invece non dobbiamo avere paura del pensiero, anche laico»).

Jürgen Humburg, funzionario della UNHCR, l'Alto Commissariato per i Rifugiati, ha denunciato la confusione che, soprattutto nei media, esiste tra rifugiati, immigrati, clandestini, asilanti. Situazioni giuridicamente diverse ma confuse sulla stampa. Un po' anche per ignoranza. «A 6o anni dalla Convenzione sui rifugiati del 1951 l'asilo nel mondo ci sono ancora tantissimi rifugiati, circa 10 milioni», ha sottolineato Humburg. Il segno di una sconfitta, «soprattutto quando, come nel Kenia, quasi 50mila rifugiati sono arrivati ormai alla terza generazione, segno di un problema che, da provvisorio, diventa definitivo». Il funzionario ha ricordato che in Italia i profughi sono circa 60mila, una piccola percentuale rispetto ai 4 milioni di stranieri presenti nel nostro paese. Paese che garantisce standard veramente minimi ai rifugiati che, una volta ottenuto il permesso provvisorio, vengono abbandonati a sé stessi senza un accompagnamento culturale e sociale che ne favorisca l'inserimento.

Infine Suor Helen Prejean, la religiosa statunitense paladina dell'abolizione della pena di morte nel suo paese, ha interloquito con i ragazzi del liceo scientifico “Quadri” di Vicenza. La donna, ispiratrice del film Dead Man Walking, premio Oscar nel 1996, ha suscitato intensa emozione tra i giovani quando ha raccontato della sua attività di assistente spirituale di tanti condannati, «che muoiono infinite volte prima di essere giustiziati immaginandosi la loro esecuzione, una tortura inaccettabile». Suor Helen si è mostrata ottimista sulla possibilità di arrivare all'abolizione della pena capitale negli Stati Uniti.

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La paladina della lotta per l'abolizione della pena di morte negli Stati Uniti, suor Helen Prejean (Foto Alessandro Dalla Pozza)
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