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"Classe Z", un esperimento sulla pelle degli ultimi della classe

Dal 30 marzo una commedia che affronta anche temi seri: la scuola e i perdenti, la meritocrazia, la dispersione scolastica e i diversi modi di insegnare. Ma soprattutto l'esclusione e la ghettizzazione, volute, nel film, da un dirigente manager. Il parere di una docente.


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Recentemente, in una scuola i professori hanno fatto un interessante esperimento: comunicare agli studenti che tutti i compagni stranieri sarebbero stati messi in una classe separata. La reazione è stata l'opposizione dei compagni italiani. La scuola, si sa, ha come compito educativo quello di non escludere ma di includere. E così è da sempre. Perché se ne conoscono i benefici dal punto di vista didattico, formativo e dell’ apprendimento.

Il film Classe Z, di Guido Chiesa, che dal 30 marzo o nei nostri cinema, affronta in un certo senso questo tema. Prodotto da Colorado e Medusa in collaborazione con ScuolaZoo è una commedia in cui, volutamente, si estremizzano le situazioni ma non si ferma al divertimento fine a se stesso. In un liceo scientifico il preside-manager, interpretato da Alessandro Preziosi, decide di tentare anche lui un esperimento: riunire in una classe,  la neonata sezione H, gli ultimi della scuola. Una sorta di classe speciale per tenere sotto controllo i ragazzi difficili, abbandonandoli al loro destino, e permettere agli altri di prepararsi senza intoppi alla Maturità. Una sorpresa di inizio anno che non turba gli”asini” completamente demotivati nei confronti della scuola né i loro compagni “bravi”. Il professor Marco Andreoli (con il volto di Andrea Pisani) è il giovane supplente di italiano che si butta nell’ impresa impossibile di aiutare questi “reietti”. Ossessionato dalla figura del professor Keating de l’ Attimo fuggente si scontra immediatamente con il disinteresse ormai radicato negli ultimi della classe e getta la spugna fuggendo. Inutile dire che il lieto fine è scontato. Ma non è scontata la riflessione che questo film ci permette di fare.   

 Maria Gallelli, docente di scuola media e curatrice, nelle pagine In famiglia di Famiglia Cristiana, della rubrica Pianeta Scuola commenta così l’ esperimento raccontato in Classe Z: «La proposta del preside è proprio il contrario del concetto di inclusione che è, invece, uno dei pilastri della scuola italiana. Da sempre, la formazione delle classi è fatta in modo tale da non creare isole felici di studenti bravi e ghetti di meno bravi.  La presenza di ragazzi con difficoltà scolastiche, infatti, è utile anche a chi non ne ha. Non è detto che da chi fa fatica non si impari nulla. Per esperienza sappiamo che la presenza di questi ragazzi può essere utile a tutta la classe. E’ il concetto del Coperative learning,  e cioè  l’ imparare insieme, in piccoli gruppi, in modo da raggiungere obiettivi comuni, cercando di migliorare reciprocamente l’ apprendimento».

La scuola italiana punta molto su questo aspetto, «anche se purtroppo», spiega la docente «spesso sono i genitori che si lamentano e parlano di ragazzi che fanno rallentare l’ apprendimento dei loro figli durante la lezione. La risposta è una sola: la scuola non deve trasmettere solo nozioni ma, anche e soprattutto, competenze. Tra queste, una competenza fondamentale è quella di saper lavorare in gruppo perché da tutti si può imparare qualcosa. E questa capacità, la più richiesta dalle aziende ai neo assunti, la si impara solo lavorando in classe stando accanto ai compagni che fanno fatica».

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