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Afghanistan, il cammino delle donne tra politica e scolarizzazione

Le elezioni del 20 ottobre registrano un numero record di presenze femminili tra i candidati. Specchietto per le allodole o reale cambiamento? A dare una risposta è Daniele Lodola della Ong ActionAid impegnata nel Paese.


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(Foto Reuters)

Un numero record donne candidate: 417 donne, circa il 16% del totale. Le elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale in Afghanistan, fissate per il 20 ottobre – segnate da violenze, attacchi kamikaze e omicidi di candidati - vedono una partecipazione femminile senza precedenti per il Paese. La nuova Costituzione afghana, scritta dopo la caduta del regime dei talebani nel 2001, ha dichiarato l’ uguaglianza di tutti i cittadini, uomini e donne, davanti alla legge e ha stabilito una quota rosa nel Parlamento, ovvero che almeno il 25% dei 250 seggi nella Camera bassa siano riservati alle donne.

La presenza femminile nella vita politica è salutata come un segno positivo. Ma il sospetto fondato è che sia una sorta di specchietto per le allodole davanti agli sguardi del resto del mondo. A ricordarlo è Daniele Lodola, responsabile della raccolta fondi internazionale dell'organizzazione umanitaria ActionAid Italia, impegnata da anni in progetti di sviluppo in favore delle donne in Afghanistan: «Lo scorso luglio sono stato in visita in Afghanistan, nelle province nelle quali operiamo come Ong», racconta Lodola. «Parlando con la gente locale si è discusso delle elezioni: l'opinione comune è che le quote rosa del Parlamento siano numeri che riflettono più che altro il tentativo di accontentare la comunità internazionale, che vincola gli aiuti al Paese al raggiungimento da parte di quest'ultimo di certi obiettivi e al soddisfacimento di certi parametri, tra i quali la partecipazione femminile».  

In vari ambiti, spiega Lodola, ActionAid ha registrato dei leggeri miglioramenti nella condizione femminile in Afghanistan: la frequenza scolastica si è innalzata, molte più bambine possono studiare, anche se il tasso di scolarizzazione delle donne non è arrivato al 40%. In vari parti del Paese, soprattutto in quelle ancora controllate dai talebani, continuano a esistere retaggi culturali che vietano alle ragazze di andare a scuola. «Di fatto, nella quotidianità, i veri centri di potere sono ancora i community development commettee, ovvero i consigli di villaggio, prettamente maschili, che comandano e prendono decisioni. Come Ong noi cerchiamo di lavorare con loro e con gli esponenti religiosi locali, per sensibilizzarli sull'importanza di consentire alle donne di studiare, acquistare un'indipendenza anche economica, essere più coinvolte nelle decisioni».   

L’ Afghanistan resta uno dei Paesi dove essere donna oggi è ancora un rischio. Le donne subiscono quotidianamente pressioni e minacce, sono i soggetti più vulnerabili. Una delle piaghe più radicate e diffuse è quella dei matrimoni forzati e precoci. Secondo i dati di ActionAid, tra il 60 e l’ 80% delle afghane ancora oggi sono spinte a sposarsi giovanissime e contro il loro volere. «Il fenomeno è distribuito diversamente tra le zone del Paese: nelle regioni rurali e in quelle controllate dai talebani ovviamente è largamente diffuso e radicato. Oltre che al fattore culturale, i matrimoni precoci sono legati al fattore economico, alla povertà delle famiglie, che costringono le figlie al matrimonio per assicurarsi una dote». Le spose-bambine sono le più esposte a violenze sessuali e fisiche. Circa il 70% delle donne afghane subiscono violenza, spesso all'interno del nucleo familiare. 

ActionAid sta portando avanti in Afghanistan, per la seconda annualità, un progetto finanziato dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale che ha come obiettivo l'empowerement (rafforzamento socio-economico) femminile, con particolare attenzione al problema della violenza, in 123 comunità nelle province di Herat e Bamyan. «Nel nostro lavoro sul campo riscontriamo storie ed esempi positivi di donne, o gruppi di donne, che si sono riscattate. Come alcune afghane che sono riuscite a divorziare e interrompere matrimoni forzati grazie all'aiuto dei cosiddetti paralegali, figure di mediatori a metà tra assistenti sociali e avvocati che noi di ActionAid formiamo sul posto. E poi il caso di un gruppo di donne che si sono messe insieme e hanno fondato una cooperativa al femminile di coltivazione dello zafferano, raggiungendo l'indipendenza economica». Per le afghane, dunque, la strada verso l'emancipazione e il pieno riconoscimento della loro dignità e dei loro diritti è ancora lunga. Ma ora, in questo Paese, le donne non vogliono più restare in silenzio.

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