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Addio a Vittorio Taviani, il "fratello" del cinema italiano

Malato da tempo, è morto a Roma a 88 anni. Con il fratello Paolo, ha firmato capolavori della storia del cinema italiano, da “Padre Padrone” a “Cesare deve morire”. «Noi», dicevano, «siamo stati partoriti dalla macchina da presa»


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Impossibile separarlo da Paolo. Insieme, erano i fratelli del cinema italiano. Vittorio Taviani, malato da tempo, è morto a Roma a 88 anni dopo aver firmato insieme al fratello, di due anni più piccolo, diversi capolavori della storia del cinema italiano da Padre Padrone (Palma d'oro a Cannes nel 1977) a La Notte di San Lorenzo a Caos fino a Cesare deve morire (Orso d'oro a Berlino). Per volontà della famiglia non ci saranno camera ardente né funerali ma il corpo del regista verrà cremato in forma strettamente privata.

Vittorio Taviani era nato nel 1929 a San Miniato, in provincia di Pisa, e insieme al fratello frequentò l’ università di Pisa: non la finirono, preferendo dedicarsi al cinema. La loro prima esperienza fu il cortometraggio San Miniato, luglio ’ 44, narrato da Cesare Zavattini e nel quale raccontarono l’ omonimo eccidio compiuto dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Dopo alcuni altri documentari, diressero il loro primo film nel 1962, quando insieme al regista pisano Valentino Orfini raccontarono la storia del sindacalista ucciso dalla mafia Salvatore Carnevale in Un uomo da bruciare. Il primo film che diressero da soli fu I sovversivi, uscito nel 1967 e che raccontava il Partito Comunista dopo la morte di Palmiro Togliatti. I fratelli Taviani cominciarono a distinguersi alla fine degli anni Sessanta per la capacità di trattare temi d’ impegno civile e politico con una grande attenzione per la ricerca formale, reinterpretando in modo personale la tradizione del neorealismo italiano.

Uno dei loro film più amati, San Michele aveva un gallo, uscì nel 1972: era basato sul racconto Il divino e l’ umano di Lev Tolstoj, raccontando di un anarchico italiano che tenta una rivoluzione in Umbria nel 1870. Nel 1974 raccontarono l’ Italia durante la Restaurazione in Allonsanfàn, con protagonisti Marcello Mastroianni e Lea Massari. Nel 2001 hanno diretto per la tv Resurrezione, premiato nel 2002 al Festival di Mosca. Nel 2007 raccontarono il genocidio degli armeni in La masseria delle allodole. Nel 2012, i fratelli Taviani ottennero l’ ultimo grande successo vincendo l’ Orso d’ oro al Festival di Berlino con Cesare deve morire, che racconta la messa in scena della tragedia di Shakespeare Giulio Cesare nel carcere di Rebibbia.

«I nostri non sono esercizi di stile. Siamo innamorati dei nostri attori, ci sentiamo complici»

Parlavano all’ unisono, i fratelli Taviani. E condividevano la stessa visione del cinema: «Se per classicismo si intende la tendenza alla semplicità, alla sintesi, l’ accettiamo», spiegarono una volta. «Non a caso siamo toscani. Ma la letterarietà no, quella la rifiutiamo. Noi siamo nati con il cinema, siamo stati partoriti dalla macchina da presa, siamo vissuti di cinema. Un grande come Kubrick non ha mai fatto un film da un’ idea sua. I nostri non sono esercizi di stile. Siamo innamorati dei nostri attori, ci sentiamo complici. Non c’ è niente di più bello che essere stupito da un attore, vedere come si impossessa di qualcosa che tu hai scritto e lo modifica, lo migliora».

Paolo ha sposato la costumista Lina Nerli, da cui ha avuto un figlio. Vittorio, invece, la segretaria d’ edizione Carla Vezzoso, da cui ha avuto la figlia Francesca, attrice, moglie di Lello Arena. È stata lei a confermare all’ Ansa la notizia della morte del padre.

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